di Michele Vidone 

«Nel 1988 il premio per la curva più bella d’Europa». È con queste parole che Palummella, con un post su Facebook, torna con la memoria a un’epoca in cui seguire il Napoli significava soprattutto sacrificio, passione e un amore viscerale per i colori della propria squadra. Un calcio diverso, fatto di trasferte affrontate con pochi mezzi, di giornate interminabili e di una voce spesso consumata al termine delle partite.

«Si ritornava a casa distrutti e senza voce, pochissimi mezzi a disposizione, ma tantissima passione, sacrifici enormi e tanto tanto amore», racconta Palummella, rievocando lo spirito che animava quella curva. Un modo di vivere il tifo che, secondo il suo ricordo, trasformava ogni partita in un’esperienza collettiva, costruita con entusiasmo e partecipazione, ben oltre il semplice risultato del campo.

Il riconoscimento del 1988 per la curva del Napoli rappresenta così, nelle parole di Palummella, il simbolo di un periodo in cui la passione dei tifosi azzurri riusciva a farsi notare anche oltre i confini italiani. Una memoria legata a un calcio più popolare e alla capacità della tifoseria di stringersi attorno alla squadra, affrontando difficoltà e sacrifici con la convinzione che ne valesse sempre la pena.

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