Le Nazionali hanno lasciato in dote al Napoli avvilenti ripercussioni, alla vigilia di un tour de force complicato: all’orizzonte, un mini-ciclo di nove partite in ventinove giorni, tra campionato e Champions. Al momento, una rosa falcidiata dagli infortuni non riesce a garantire un fisiologico turnover. Assai limitate le risorse a disposizione di Allegri: una mezza dozzina sono in infermeria. Perciò, diventa impossibile ridistribuire adeguatamente la stanchezza. Un match più delicato di quanto non possa apparire, quello col Frosinone, perdurando l’esigenza di fare punti per non rimanere impaludati a metà classifica. Più che pessimismo, però, c’era curiosità sul modo in cui l’allenatore livornese avrebbe affrontato una delle rivelazioni di questo scorcio iniziale di stagione.
Al contrario, Alvini si aggrappa ai “soliti noti”, sperando che durante la partita bastino a sviluppare il consueto calcio coraggioso e propositivo, che non mortifichi il talento di Ghedjemis o Kvernadze. Del resto, è restio a addensare uomini sottopalla, anche al cospetto di avversari (sulla carta) superiori.
Durante la lunga sosta il tecnico dei partenopei aveva immaginato di cambiare modulo, passando al 3-4-2-1. Gli inconvenienti fisici in cui sono incappati Favasuli, Olivera e Vergara sembrava ne avessero cambiato radicalmente i piani. Peccato che la necessità aguzzi l’ingegno. Infatti, opta per una formazione inedita, rispolverando Biadiashile. E con l’idea di restituire senso a un modello pensato per tenere palla, schiera De Bruyne e Lobotka nella veste di doppio pivote. Evidente il disegno del Conte Max: nascondere la sfera ai ciociari, dare continuità al palleggio e “invadere” le zone pericolose. La regia condivisa diventa quindi propedeutica a elaborare poi la risalita da dietro, gestendo efficacemente le distanze, con un metodista che si schiaccia su Biadiashile, Rrahmani e Rafa Marin in possesso. E l’altro che si allontana dalla palla, offrendo una traccia pulita per progredire nell’azione. Poco importa che l’ex Manchester City sia entrato in quell’età in cui, di solito, si è già espresso il meglio della propria carriera. L’impressione veicolata col Belgio è che il suo rendimento sia in crescita. Perciò sarebbe stato un errore non sfruttarne a dovere il repertorio di assistenze e rifiniture. In effetti, specie contro l’Italia, all’Olimpico, ha dimostrato di essere un pezzo pregiato, confermando una traiettoria ascendente nel grafico del rendimento.
A completare il Napoli, Hojlund vertice alto del triangolo di attacco. Inoltre, trovano una maglia da titolare sulle fasce Neres e Lang, incaricati del compito di raccordo, all’interno di un sistema che permetta alle loro qualità di sopravvivere un po’ ovunque, spostandosi dalla trequarti offensiva alla zona deputata all’ampiezza. Qualcosa a metà tra il canonico 3-4-3 e un meno tradizionale 3-4-2-1.
Ritmo e intensità da “big”

Pronti, via e un Napoli che raramente aveva pressato, scimmiotta il PSG di Luis Enrique: batte il calcio d’inizio deliberatamente in fallo laterale nella metà campo ospite. Segno tangibile di voler spostare immediatamente il baricentro in avanti. Cosa concretizzatasi puntualmente nei minuti a seguire. Giusto aggiungere che in uno scenario dove i padroni di casa finora avevano faticato tremendamente ad arrivare in maniera pulita nell’ultimo terzo di campo, Neres e Lang hanno contribuito fattivamente a saltare l’uomo e portare pericoli dal nulla, promettendo dribbling ad ogni pallone toccato. Un contesto dinamico, quello scelto da Allegri, funzionale a piazzarli nella posizione che prediligono. Ovvero, partendo nominalmente da esterni a piede invertito, affinché condizionino la fase offensiva con la loro imprevedibilità. Grazie alla libertà di movimento e di interpretazione del ruolo, anticipano le intenzioni di Bracaglia e Oyono, aprendosi al massimo per destrutturare l’assetto difensivo del Frosinone.
I terzini di Alvini erano chiamati inevitabilmente a una scelta: rompere la linea, uscendo forte, seguendo il loro riferimento. A quel punto, agli offensive player napoletani si avvicinavano Di Lorenzo e Spinazzola. E se Neres e Lang stringevano, venendo direttamente in mezzo al campo, con conduzioni o movimenti senza palla, occupando l’half space, aprivano la strada all’arrivo dei compagni a rimorchio, per disordinare lo schieramento avversario, facendo leva proprio sulla fluidità posizionale. Insomma, c’è stata grande attenzione per il gioco in catena, impattante sul piano tattico ed emotivo. Nessun disagio nel valutare le letture, coerente con la volontà di creare densità al limite dell’area, avere il controllo del possesso e insistere sulle connessioni.
Queste riflessioni emergono con maggiore enfasi sulle verticalizzazioni in direzione di Hojlund, una punta di assoluto valore nel cucire la manovra. Nonostante Calvani e Cittadini gli abbiano impedito spesso di girarsi, obbligandolo a ricevere di spalle, giocandola successivamente a muro. Situazione in cui proprio la bidimensionalità degli esterni ha finito per determinare efficacemente nell’uno contro uno. Lo testimoniano non solamente le esecuzioni con la palla, ma un po’ tutto lo sviluppo dell’azione nella trequarti altrui. Perché gli spazi intorno al centravanti si restringevano, le volte che i compagni accorciavano spontaneamente, consentendo al danese (impossibilitato a smarcarsi) di appoggiarsi di sponda con la proverbiale disinvoltura. Logico che avvicinando tanti giocatori dalle parti di Palmisani, le possibilità di segnare si sono moltiplicate.
Gestione e sofferenza
Ovviamente, non sono mancati i momenti di sofferenza. Sul piano difensivo, destava curiosità come si sarebbero comportati gli azzurri visto il test probante; cioè, reggere i duelli contro Ghedjemis o Kvernadze. Impensabile non concedere qualcosina, ergo farsi mai saltare da avversari così performanti nell’uno vs uno in spazi stretti, nonché nell’andare in transizione, attaccando in campo lungo. Ma l’inedita retroguardia allestita da Allegri è riuscita comunque a limitare i danni. Anche quando nel secondo tempo le è toccato rintanarsi nella propria area e assorbire i cross. Sempre attento e puntuale Rrahmani. Da non trascurare poi la prestazione di Biadiashile e Rafa Marin, ben disposti a protezione dell’area piccola; entrambi hanno palesato un ottimo senso della posizione, sia nell’intercetto, che nel chiudere le diagonali.

Il principale nodo da sciogliere era la collaborazione collettiva in fase di non possesso. Di solito era Lang che si allineava a Hojlund, atteggiandosi da “seconda punta”, sia per non lasciarlo isolato contro Calvani e Cittadini, che nel tentativo di schermare un comodo passaggio verso il centro. Cosicché il Napoli convertiva il modulo, trasformandolo nel tipico 4-4-2, attraverso scivolamenti (Di Lorenzo da terzino destro) e scalate (Neres che ruotava a centrocampo) di una squadra che non si è mai risparmiata nel rientrare ed aiutarsi, abbassandosi raramente nella propria trequarti.
In questa fase della stagione, pure saper soffrire è parte integrante del Napoli di Allegri. Certo, gli equivoci restano. Arduo, per esempio far sentire coinvolto nel progetto tecnico Lucca, profilo di cui si conoscono esattamente i difetti attuali. S’è capito che insistere, puntando sul suo apporto, è inutile, se non addirittura controproducente. Non si tratta di scovare un capro espiatorio, ma dall’ex Udinese non bisogna aspettarsi nulla di diverso che un rendimento ondivago. Considerato che rimane la prima alternativa nello slot di centravanti, sarà interessante vedere come evolveranno le cose nel prossimo futuro. Hojlund deve rifiatare ogni tanto. Ma Giovane è sembrato molto più fluido, dinamico, e meno legato nei movimenti rispetto a Lucca.
Al di là di come si comporterà il Napoli nelle prossime gare, questa vittoria rappresenta la medicina migliore. Perché dopo un periodo di pessimismo cosmico, sembra ancora esserci spazio per immaginarsi un prosieguo di stagione ambizioso.
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