di Michele Vidone
Il pubblico ministero Alessandro Milita ha definito il caso di Hakimi Lamine, detenuto algerino morto dopo le violenze subite nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nel 2020, un episodio “unico e spaventoso nella sua dinamica”.
Durante la requisitoria del maxi-processo che coinvolge 105 imputati, il pm ha sostenuto che la morte di Lamine, avvenuta il 4 maggio 2020 dopo il pestaggio del 6 aprile, sarebbe stata legata non solo alle violenze subite ma anche al successivo abbandono e alla mancata assistenza da parte di diversi funzionari pubblici. L’uomo, affetto da psicosi e schizofrenia e con una storia di abuso di sostanze, avrebbe avuto bisogno di cure che, secondo l’accusa, non sarebbero state adeguatamente garantite.
Il magistrato ha ipotizzato anche un possibile uso improprio dei farmaci da parte del detenuto, che secondo alcune testimonianze li accumulava e li assumeva in momenti diversi, ma ha ribadito il collegamento tra la morte e le condizioni fisiche e psicologiche aggravate dal pestaggio e dalla successiva mancanza di assistenza.
Per la morte di Lamine sono circa trenta gli imputati chiamati a rispondere, con accuse che vanno dalla morte come conseguenza del reato di tortura all’omicidio colposo, rivolte ad agenti della polizia penitenziaria, dirigenti carcerari e sanitari in servizio all’epoca dei fatti.
