Il mondo del karate agonistico è in continuo mutamento. E quindi per un atleta di alto profilo diventa sempre più complesso gestirne le molteplici sfaccettature. Specie se alla gara vera e propria bisogna affiancare contemporaneamente la parte “mediatica”. Un aspetto che fino a qualche anno fa era talmente lontano dai campioni del tempo, da apparire quasi impossibile essere riconosciuti non solo dai praticanti, ma addirittura solleticare l’attenzione di sponsor e stakeholder. Allora, diventano di impellente attualità temi come l’entertainment oppure lo show business: attività pensate per suscitare l’interessare di un pubblico generalista, non necessariamente attratto dalla gara in qualità di addetto ai lavori, ma più trasversale. Esigenze ormai scolpiti nella sacra pietra dell’optimum federale.
Perciò le nuove generazioni di karateka FIJLKAM rappresentano un manifesto all’apertura. In tal senso, le parole di Matteo Avanzini – Campione del Mondo e d’Europa dei Pesi Massimi di kumite – trattano questi (e altri…) argomenti con il dono dell’empatia e della semplificazione.
Riavvolgendo idealmente il nastro della tua (breve) storia agonistica, è possibile rivivere i brividi e le emozioni scaturite da chi, almeno inizialmente, si dedicava al kata…
“Sembra strano a dirsi, guardando ai risultati ottenuti nel kumite. Eppure devo riconoscere che la cura del dettaglio, unito alla ricerca della perfetta esecuzione, sono qualità che ho mutuato proprio dal kata. Insomma, mi ha indubbiamente aiutato molto, nel costruire il mio bagaglio tecnico. Anche se devo ammettere che per la mia indole energica e assai dinamica, il combattimento mi appassiona molto di più. Al contempo, apprezzo chi di questa specialità ne fa un’arte. Tant’è vero che resto volentieri a guardare dalla tribuna se sul tatami c’è chi esegue un kata fatto bene”.
E poi, nell’arco di sei mesi o poco più, vinci Europei e Mondiali U21 di kumite!

“Non è stato facile affrontare Anes Bostandzic al Mondiale di Jesolo ’24. Con il bosniaco ci siamo inseguiti in tutti gli anni giovanili. Agli Europei U21 dell’anno prima, a Cipro, avevo vinto io. Però, quando l’ho incontrato nella finale mondiale, venivo da una serie di tre sconfitte consecutive. Per tale ragione, volevo fortemente riscattarmi. Poco prima di salire sul tatami ho pensato che non ci fosse situazione migliore per invertire il trend: in casa, nella prima grande manifestazione internazionale organizzata dalla FIJLKAM. Inoltre, davanti ai miei genitori. Considero perciò quell’oro una delle mie gare più belle. Dopo 1’ di studio, ho messo a segno uno yuko. Da lì in avanti, mi sono affidato a una tenuta tattica magistrale, infilando un altro yuko a pochi secondi dalla fine. Devo riconoscere che ero abbastanza sicuro. In effetti, traggo molta forza mentale dal lavoro con cui preparo le gare-obiettivo. E Jesolo era sicuramente una di quelle. Per quanto riguarda l’Europeo ’25 di Bielsko Biala (Polonia), ne ho un bel ricordo, perché sono arrivato in finale subendo un solo punto nell’arco dell’intera manifestazione. Poi il georgiano Gelashvili era sì un avversario temibile, ma l’ho gestito senza subire troppo. Confesso che essendo l’ultima gara in categoria giovanile, ero già proiettato all’universo Seniores”.
Indubbiamente, un bel cambiamento: dalla ciclicità delle forme codificate, alla natura a tratti selvaggia del combattimento sportivo, tipica di chi vuole immaginare sé stesso riversare sul tatami un’indole decisamente più libera e fantasiosa. Al punto da vincere i Mondiali Senior appena 21enne. E pensare che la rassegna egiziana non era cominciata nel migliore dei modi…

“Avevo esordito al Mondiale con una sconfitta nel match inaugurale del girone contro il cileno Rodrigo Rojas. Meno male che era la prima edizione con il format del round robin. Per cui, ho cambiato subito il mio karate, inserendo le marce alte. Forse proprio quell’inizio negativo mi ha scosso emotivamente. Nel senso che dall’incontro successivo ho prestato maggiore attenzione ai dettagli. D’altronde, quando vado sotto pressione, sono uno che si carica di energia positiva. Dovevo necessariamente accendermi, tant’è che poi ho infilato l’ucraino Talibov (8-0), l’indiano Sehrawat (5-0). Quindi, negli ottavi, il francese Filali (1-0), Campione del Mondo in carica; e il bielorusso Kudzinau (4-0) ai quarti”.
Al Cairo, sia nella semifinale Mondiale, che nell’atto conclusivo per l’oro, sei riuscito a mantenere la lucidità, coronando con determinazione il sogno di qualsiasi atleta. Dimostrando, nonostante l’età, una matura attitudine alla freddezza e alla perseveranza, al cospetto di un avversario (l’iraniano Saleh Abazai) altrettanto affamato di vittoria. Gestendolo con classe e concentrazione…

“In semifinale, contro Gurbanli, ero in vantaggio di due yuko, ma l’azero ha ribaltato la situazione con un ippon a 40 secondi dalla fine. Quando ho risposto con un altro yuko per il pareggio, si è rivelato decisivo il senshu. La finale con l’iraniano Abazari, invece, è stata amministrata con grande maturità. Basando il combattimento su una buona difesa. Ma soprattutto, intrepretandolo tatticamente attraverso una intelligente gestione dello spazio. A 17 secondi dalla fine, ho infilato lo yuko del possibile titolo, prima del pareggio dell’iraniano all’ultima azione. All’hantei, eravamo in parità anche tra le bandierine dei giudici. Poi la decisone dell’arbitro centrale mi ha indicato come vincitore. Ma quanta strizza in quei momenti, che ha reso tutto ancora più bello, tipo vincere ai rigori nel calcio con l’ultimo tiro dal dischetto. Ho coronato un sogno e la dedica ai miei genitori era doverosa. Hanno fatto tantissimi sacrifici per me, supportandomi sin da bambino. A quell’età, non hai una reale percezione del futuro. Nondimeno, hanno sempre creduto nelle mie capacità. Oltre a inculcarmi uno stile di vita sano. Dunque era giusto esprimergli tutta la mia gratitudine per come mi hanno cresciuto, con valori e principi importanti, che mi hanno tenuto lontano dalle cattive compagnie”.
Costanza e volontà di alzare l’asticella dei tuoi limiti in maniera continuativa sembra essere il trend che ha caratterizzato la tua esplosione sulla scena nazionale e internazionale, visto che l’anno dopo hai conquistato l’oro agli Europei…

“Ad attendermi in finale a Francoforte c’era il turco Aktas, un atleta molto esperto. Già bronzo alle Olimpiadi di Tokyo. Un vero specialista della categoria. In tanti hanno provato a farmi preoccupare, mentre io sono rimasto fermo sulle mie sicurezze. Il fatto che fosse uno dei miei idoli da ragazzino, avendolo seguito durante tutto il periodo delle qualificazioni olimpiche, ha reso la cosa ancora più emozionante. Sul piano tattico, poiché è molto più basso di me, ho impostata il combattimento sulla distanza, variandola in modo dinamico, per trarre maggiori benefici dalla mismatch. Cercavo l’oro, visto che nel ’24 a Zara avevo perso la finale contro Andjelo Kvesic. Il croato fa un karate molto fisico. Con lui ho sempre fatto un po’ fatica. Anche se riconosco che è assai stimolante tirarci contro. Di quella edizione, però, ricordo particolarmente il percorso per arrivare in fondo. Infatti, ai quarti ho dovuto battere il francese, campione in carica: Filali è un grande atleta; un piacere scambiare con lui. L’edizione del ’25, invece, chiudeva idealmente un ciclo, poiché Yerevan seguiva l’oro al Mondiale U21 conquistato pochi mesi prima. Il bronzo continentale l’ho vinto contro il solito Bostandzic, esprimendo quello che considero il mio stile di combattimento. Ovvero, controllare al meglio distanza tempismo e letture. In generale, nutro un certo rispetto per tutti i miei avversari. Credo che possa comunque imparare qualcosa da ciascuno di loro. Questo approccio mi stimola continuamente a migliorarmi. Perché voglio dimostrare di saper fare un karate comunque efficace e spettacolare”.
C’è stato un tempo, nemmeno molto lontano, in cui il karate non suscitava alcun interesse, se non negli “iniziati”. Una mancanza di seguito che si rifletteva pure sugli atleti – star in un mondo privo di social – che tornavano a casa senza fanfara a accoglierli con le medaglie al collo. Oggi, invece, ci sono svariati strumenti comunicativi per accreditarsi agli occhi della gente. Non a caso, le visualizzazioni online di alcune gare della Premier League di Roma hanno raggiunto picchi simili a quelli dei grandi vernissage calcistici…

“Personalmente, nel rapporto con la fama cerco di rimanere con i piedi ben ancorati per terra. Resto il ragazzo che sono sempre stato, con i principi inculcatimi dalla mia famiglia. Certo, mi fa piacere la visibilità, ma non come manifestazione di egocentrismo. Bensì, come strumento utile a veicolare il karate in un pubblico generalista. Talvolta non me ne rendo conto. Almeno fino a quando non mi trovo davanti i giovani praticanti agli stage. Allora, fare in modo che seguano e apprendano diventa il fine ultimo dell’interazione con loro. Penso di avere qualcosa da dare e cerco di farlo con grande applicazione. Specialmente quando il feedback è positivo: confesso che mi emoziona quando la loro voglia di imparare travalica il mio stesso entusiasmo. Una cosa che ho notato non solo tra i praticanti. In tal senso, considero la visibilità come una forma di responsabilità. Le interviste in tv – e più in generale i social – possono essere uno strumento per diffondere non soltanto i contenuti sportivi, ma mostrare i diversi aspetti della vita di un atleta di alto profilo, amplificando un mucchio di messaggi positivi trasferibili grazie al karate. Una sorta di ambasciatore, che fa vedere tecniche pulite e spettacolari, riconoscibili e apprezzate da tutti”.
Un top player non è solo chi colleziona un mucchio di podi o medaglie. Ma anche – anzi, soprattutto – quello che lascia qualcosa di tangibile in chi l’ha conosciuto: in particolare, nei compagni di squadra. Non dimentichiamo che nelle ultime tre edizioni degli Europei, l’Italia ha messo in riga chiunque abbia avuto l’ardire di incrociare i guantini con il team azzurro…

“Devo dire che ho un bellissimo rapporto con tutti i miei compagni, ciascuno apporta il proprio contributo. Siamo davvero un gruppo affiatato, composta da atleti formidabili, con una gran voglia di combattere. Insomma, squadra dentro e fuori il tatami. Un legame tutt’altro che casuale, che ci garantisce una marcia in più. Perché uno dei segreti è l’armonia creata tra vecchi – non in termini anagrafici, ma di esperienza in azzurro, tipo Luca Maresca o Angelo Crescenzo -, e giovani. Personalmente, mi sono aggregato al team che avevo 18/19 anni, e penso di aver portato un po’ di allegria. Oltre, chiaramente, alla voglia di vincere, che è tanta in ognuno di noi. E’ vero, veniamo da tre ori consecutivi agli Europei (Zara ’24, Yerevan ’25 e Francoforte ’26, n.d.a.)”. Ma siamo pronti a fare meglio. Quindi, molto agguerriti in ottica Mondiale. Sarà una competizione difficile, con molte avversarie toste”.
In definitiva, si conferma la tradizione che vuole gli italiani primeggiare a livello internazionale nelle due categorie più difficili del circuito (- 84 e + 84). Considerando che anche Matteo Fiore, vincitore tra l’altro della tappa romana della Premier League, e Michele Martina, sono protagonisti assoluti nel ranking WKF…
“Sono dell’idea che la competizione favorisca la crescita, stimolando reciprocamente il desiderio di migliorarsi e mantenersi al top. Perché quando finisci sotto pressione, due sono le soluzioni: scoppi, oppure tiri fuori il meglio da te stesso. Inoltre, la concorrenza, se è sana, diventa una spinta positiva a confrontarsi con gli altri, superare i propri limiti e crescere insieme. E poi rappresenta il termometro di quanto sia forte una nazione, capace di valorizzare più atleti forti nella medesima categoria di peso”.

Avanzini come Benetello e Maniscalco: passato e presente, in seno al G.S. della Guardia di Finanza e con l’Italia, tutti accomunati da forza fisica tangibile, associata a devastante velocità. Insomma, una visibile testimonianza di potenza e bellezza, racchiusi in una sorta di freak…
“Onorato di tali accostamenti. Per affermarti in questa categoria devi combinare caratteristiche fisiche e tecnico-tattiche. Io peso circa 88/89 kg, contro la media dei miei avversari, che stazionano sui 95 kg. Qualcuno va addirittura oltre i 100. Dalla mia, credo di poter trarre vantaggio dalla maggior esplosività, che magari mi consente una gestione ottimale del tempo e dello spazio”.
Abbiamo accennato al ruolo di Maniscalco. Quando combatteva, Stefano aveva presenza una scenica tale da veicolare armonia e sicurezza: una caratteristica che ripropone da tecnico. Ma come ci si rapporta con una leggenda?

“Voglio essere onesto, il nostro è un rapporto particolare. Che definirei quasi di amore e odio. Non potrebbe essere altrimenti, avendo ambedue un carattere molto peperino. Stefano pretende molto, specie in allenamento. Mi stimola continuamente a dare il massimo. Lo stesso faccio io, nel senso che lo invito a trasmettermi tutto il suo sapere. Per cui, capita che ci scontriamo. Ma sempre nel massimo rispetto reciproco”.
A proposito di Fiamme Gialle. Dopo i fasti del passato, il Gruppo Sportivo si sta ricostituendo, tornando a dominare in Italia e all’estero come ai tempi del Maestro Claudio Culasso. Merito tuo e dei tuoi compagni: necessario rimarcare le virtù di Matteo Fiore, Sofia Ferrarini e Asia Pergolesi. Sentite la responsabilità di dover raccogliere una eredità così onerosa?
“Un grande onore ripetere le gesta dei miei predecessori. In particolare, quelle di Davide Benetello, oggi presidente di settore, e Stefano Maniscalco, che mi fa da coach, atleti che hanno letteralmente cannibalizzato gli anni ’90 e 2000. Più in generale, mi riempie di orgoglio e nutro un sentimento di forte gratitudine per quelli che in passato hanno scritto pagine indimenticabili, lasciandoci una eredità importante. Soprattutto in termini di valori morali e principi funzionali a ispirare le nostre scelte ed i nostri comportamenti, fuori e dentro il tatami. Il senso di appartenenza va di pari passo con l’emozione gigantesca che provo indossando i nostri colori. Far parte delle Fiamme Gialle significa essere una persona seria, che ha tanta voglia di dimostrare di essere meritevole della storia che l’ha preceduto”.
Torniamo per un attimo alla tappa della Premier League organizzata dalla Federazione per la prima volta in Italia: un evento a suo modo storico. Non a caso era stato coniato il motto “Don’t miss history”. Quant’è stata gratificante, oltre che onerosa, l’idea che non si potesse sfuggire dal partecipare a un vernissage del genere?

“Roma l’ho vissuta in maniera strana. Calendarizzata subito dopo il Mondiale egiziano, con tutto quello che ne è derivato nella gestione della pressione. Poi ci sono arrivato con alcuni problemini fisici, e come ho detto prima, molte delle mie sicurezze derivano dal lavoro quotidiano in palestra. Ecco, probabilmente qualche malanno nelle settimane precedenti mi ha impedito di esprimermi al cento per cento. Finendo per non performare al meglio delle mie capacità in gara. E’ arrivata comunque una medaglia di bronzo, guarda caso, nella finalina contro Bostandzic. A prescindere dal risultato personale, però, ammetto che Roma è stata forse la tappa più bella tra le Premier League che ho disputato”.
Hai ancora l’età per pensare di coronare il sogno olimpico, visto il lavoro di certosina diplomazia con cui Benetello sta perorando la causa del karate in seno al Comitato Organizzatore di Brisbane, per l’edizione del 2032…
“Non è prematuro parlare di una eventuale riammissione alle Olimpiadi. Personalmente, ho una sensazione positiva. La speranza che andremo mi lascia immaginare quanto possa essere bello coronare una intera carriera agonistica anche solo partecipando ai Giochi. Figuriamoci sognare di vincere una medaglia”.
I Giochi mettono in contatto globale il mondo: al di là delle gare, certificano il confronto culturale, oltre a veicolare valori di grande progresso. Per un karateka che significato avrebbe tornare a gareggiare sotto l’egida dei Cinque Cerchi, dopo l’edizione storica di Tokyo?

“E’ innegabile che le nuove generazioni stiano perdendo alcuni valori fondamentali. Quale migliore occasione, quindi, di riuscire attraverso lo sport e la cultura del lavoro a promuovere certe dinamiche, globalizzandole attraverso un evento di portata planetaria come le Olimpiadi. Sull’ammissione del karate, posso solo dire che sarebbe un ottimo acquisto renderlo specialità olimpica: c’è uno scontro fisico, all’interno di regole rigide e codificate, tali da tutelare innanzitutto l’incolumità fisica”.
E’ notizia di questi giorni della firma di uno storico accordo tra FIJLKAM e FIKTA per l’unificazione del karate italiano. Possiamo dire che si sta cercando di trovare un equilibrio tra le due anime (tradizione e innovazione), mandando simbolicamente un segnale di apertura ai fondamentalisti di una pratica ultra-conservatrice, ormai aggrappati come un monolite alle loro idee, trasformandole quasi in un mantra religioso, mentre il mondo dello sport sta cambiando?
“Credo che porterà beneficio al karate ed ai praticanti, che restano il fulcro del nostro mondo. Un karateka non dovrebbe mai perdere la sua marzialità, a prescindere se si dedichi alla pratica sportiva piuttosto che alla ricerca personale attraverso l’arte. Noi agonisti, pur essendo atleti specializzati, veri sportivi professionisti, non trascuriamo alcuni valori fondamentali, E perciò, indissolubili. Al contrario, li preserviamo, promuovendo il rispetto per l’avversario e il gruppo arbitrale. Per esempio, il saluto prima e dopo ogni gara non è un semplice gesto formale, ma sostanzia quello che siamo ed i principi che ispirano ogni nostro gesto o comportamento”.
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