NapoliComo prometteva di essere tra le più interessanti partite della seconda giornata. Perché, al di là della posizione in classifica, inevitabilmente ancora prematura, al Maradona si affrontavano due realtà agli antipodi in tema di acquisti. Gli azzurri si sono mossi davvero poco. Vero è che Favasuli ha allungato la rosa, risolvendo il ruolo di vice-Di Lorenzo, scoperto da tempo immemore. Nondimeno, all’ombra del Vesuvio permane un certo scetticismo. Una fetta consistente di tifosi immagina che, con il mercato di fatto paralizzato, il futuro della squadra partenopea possa essere tutt’altro che roseo. Di ben altro tenore i sentimenti che albergano nei lariani. Che hanno compiuto scelte ambiziose e qualitative, dando continuità al progetto tecnico di Fàbregas, con la chiara intenzione di arrampicarsi nelle gerarchie della Serie A.

Pronti, via ed ecco le prime sorprese. Il Napoli non ripropone la medesima formazione di Genova: dentro Olivera e Lang. Forse Allegri, intenzionato a preservare comunque l’identità tattica recente, schiera il 4-3-3 codificato, cambiando due interpreti. In effetti, scegliendo Lang e Politano come partner d’attacco di Hojlund, vuole garantirsi maggiore equilibrio. Verosimilmente, questo tridente consente di avere una squadra che sviluppa il gioco in maniera asimmetrica. Con i due esterni a piede invertito cui scaricare la palla, per attaccare la massima ampiezza. Profili che però sanno anche stringere internamente, così da attirare l’attenzione e aprire spazi in fascia, affinché Di Lorenzo e Olivera possano poi sovrapporsi, disegnando tracce sui corridoi laterali. Insomma, una visione dove in campo coesistono giocate diagonali e orizzontali. E la copertura venga assicurata dal fatto che se uno dei terzini resta basso in costruzione, l’altro si alza a supporto del reparto avanzato.

Letture da film horror

In teoria tutto giusto. Peccato che nessuno aveva messo in preventivo gli errori (sarebbe più giusto etichettarli orrori!) individuali e nelle letture, grazie ai quali il Como ha sfruttato due regali dei padroni di casa per vincerla comodamente. Nell’azione che porta allo 0-1 di Baturina, l’intervento di Olivera è talmente sgraziato, da aprire letteralmente una prateria davanti a Diao, bravo a servire poi in mezzo all’area il croato. L’uruguagio commette una follia, tentando maldestramente l’anticipo sul cambio gioco dei lariani, concedendo però l’interno del campo al numero 11 degli ospiti. E cosa aggiungere sul raddoppio di Douvikas, se non rimarcare che la pallaccia data da Rafa Marin a Anguissa appare così forzata, da mettere in difficoltà il camerunese. Il tentativo di ripulire il pallone, servendo Rrahamani, attiva il pressing asfissiante di Nico Paz. Sul rimpallo, diventa una formalità per l’attaccante greco spingerla dentro.

Vero è che in Fàbregas permane un’impostazione tipica del calcio spagnolo, che predilige situazioni votate a ritmi altissimi, in grado di schiacciare l’avversario col pallone. Ma il Napoli, che sulla carta dovrebbe essere una squadra “marziale”, cioè solida difensivamente, ha subito troppo, faticando tremendamente a sottrarsi al pressing. Se a questo, aggiungiamo che gli azzurri non sono riusciti né a tenere il pallone per molto tempo, attaccando in maniera posizionale, tantomeno riuscivano ad andare in transizione, allora si comprende lo spettacolo deprimente andato in scena stasera.

Ma chi avrebbe dovuto accendere la luce al Maradona? Proviamo a capirlo. Pur essendo abbastanza leggerino, Lang è un giocatore dall’indole creativa, capace cioè di portare pericoli in modo autosufficiente. Ma non potendo fare completo affidamento sulla fisicità, deve affidarsi alle finte sugli appoggi e alle sterzate per disorientare il marcatore diretto. Resta un esterno offensivo, sempre alla ricerca della percussione. Isolandosi in situazione di uno contro uno, infatti, ha tentato di sfruttare partenze e arresti per rubare spazio a Couto, non trovando quasi mai l’angolo per bruciarlo sul primo passo e andarsene in dribbling. Lo stesso dicasi sul versante opposto di Politano. Nel tempo ha acquisito la capacità di trasformarsi in una risorsa che cavalca l’intera fascia, a qualsiasi altezza. Abbassandosi sulla linea di centrocampo, per riassorbire eventuali inserimenti alle sue spalle. All’occorrenza, disponibile a reinventarsi addirittura terzino nella difesa. Tuttavia, quando deve accarezzare la palla in fase offensiva, non riesce a ingannare mai Valle.

Hojlund isolato e depresso

E la tanto decantata costruzione bassa? Il pressing feroce del Como scherma le opzioni centrali di Meret, addirittura Nico Paz segue lo slovacco oltre il centrocampo: questo atteggiamento spinge il Napoli inizialmente a palleggiare. Poi i disastri in serie nella propria metà campo suggeriscono il lancio lungo per Hojlund. L’importanza del danese si vede proprio in questa situazione. Non rappresenta solo una valvola di sfogo contro l’aggressività degli uomini di Fàbregas, ma un pattern ricorrente nel risalire il campo dal basso. Inoltre, l’influenza del centravanti, se deve contendere il pallone lavorando spalle alla porta, non rimpicciolisce. Anzi, si esalta in contesti “sporchi”. Peccato che, tolto il pareggio, tra l’altro con un’esecuzione balistica perfetta, soluzioni per attivarlo, i partenopei ne hanno veramente poche. Una squadra che non riesce a respirare col pallone, a creare reali pericoli, finisce per facilitare il recupero degli avversari. Insomma, i comaschi erano nel loro contesto tattico preferito.

Dicevamo della dedizione senza palla di Nico Paz, che piazzato al centro della trequarti, in fase di non possesso, si accoppiava col regista di casa. Eppure, tutto il Como non è sembrato intimorito dall’approccio alla gara degli avversari. Il cui baricentro medio/basso, non supportato dall’energia nello scivolare lateralmente o accorciare in zona palla, generava lunghi momenti di apnea e sofferenza. In questo contesto, significava dare troppo spazio alla batteria di trequartisti comaschi. Evidente i difetti nelle chiusure; nonché gli affanni nel compattarsi con ordine sottopalla, assorbendo le verticalizzazioni di Da Cunha, specie in contropiede. Il giocatore più esposto è stato sicuramente McTominay, che non è mai riuscito a trovare le giuste spaziature.

Oggi si è vista la versione alternativa dello scozzese, rispetto all’efficienza quando interpreta il ruolo dell’invasore, ergo più influente con la palla nell’ultimo terzo di campo. Perché l’ex Manchester United, lontano alla porta e caricato di compiti da “secondo violino” in regia, garantisce sì dedizione al collettivo. Ma smarrisce tutta la sua qualità. Se si pensa che, scendendo sulla mediana a oliare la prima costruzione, abbassa il raggio d’azione di almeno 20/30 metri, questo fa una grande differenza in termini di requisiti offensivi, dove obiettivamente dà il meglio.

In definitiva, arriva una brutta sconfitta. Che mette ancora più a nudo i limiti strutturali della squadra. A prescindere da taluni profili, che hanno confermato di non essere assolutamente all’altezza per giocare a questi livelli (sia ben inteso, se l’obiettivo stagionale resta quello di intimorire l’Inter in chiave scudetto!), Allegri deve saper trovare subito delle soluzioni ai problemi del Napoli. Che sono tanti, anche se all’ombra del Vesuvio quasi nessuno vuole sentirselo dire.

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