Poco dopo la mezzanotte si è spento all’età di 83 anni Sandro Mazzola, uno dei più forti calciatori che l’Italia abbia conosciuto. L’annuncio è arrivato dall’Inter, la squadra con cui ha vinto 4 scudetti e 2 Coppe dei Campioni e che ha saputo rendere Grande. “Ciao Sandro, bandiera eterna”, si legge.
Immaginiamo che si sia staccato da terra e abbia attraversato il cielo palleggiando, come quella volta a Berna, quando toccò per sei volte il pallone in aria, senza lasciarlo cadere, prima di calciarlo nella porta svizzera. Con la stessa leggerezza, Sandro Mazzola ha raggiunto papà Valentino e il fratello Ferruccio e si è riunito alla Grande Inter, lasciando a Guarneri, Bedin e Domenghini il compito di custodirne la memoria tra i mortali. Il calcio mondiale ha perso uno dei suoi gloriosi interpreti; quello italiano una bandiera storica dell’Inter (17 anni in campo, 11 da dirigente) e della Nazionale: 70 presenze, 22 gol. La Gazzetta dello Sport ha perso un amico che frequentava la nostra redazione, commentava sul nostro giornale e, negli anni ’90, partecipava ogni tanto alle nostre partitelle al Centro sociale di via Cefalù. Lo abbiamo schierato con orgoglio anche contro la Nazionale cantanti di Gianni Morandi ed Eros Ramazzotti, al Moccagatta di Alessandria, sul campo di Gianni Rivera. Come nei poemi omerici, quando gli dei si mescolavano agli uomini per aiutarli in battaglia.
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Ha solo 6 anni Sandrino, quando papà Valentino, leggenda del Grande Torino, muore a Superga. Suo fratello Ferruccio 3 in meno. Grazie a Benito Lorenzi, il Veleno dell’Inter, che li segue con affetto, anche per gratitudine verso Valentino che lo ha aiutato in Nazionale, i Mazzolini diventano la mascotte della squadra e, prima delle partite, entrano a San Siro in divisa. Il presidente Masseroni paga loro un premio partita: 5.000 lire per la vittoria, 2.500 per il pari. Da qui a entrare nel vivaio nerazzurro, a 15 anni, è un attimo. Sandrino trova un allenatore mitico: Peppino Meazza, che lo educa sui campi di Rogoredo. Helenio Herrera, tecnico della prima squadra, non lo perde d’occhio e lo stimola a suo modo, nel suo grammelot da stregone: “Gran giugador el padre. Vederemo te”. A 18 anni esordisce in Serie A in un contesto burrascoso. Juve-Inter, partita scudetto, è stata sospesa per ragioni di sicurezza: allo stadio è entrato troppo pubblico che tracima in campo. Ma la sconfitta a tavolino, affibbiata in un primo tempo ai bianconeri, viene abortita. Si deve rigiocare. Umberto Agnelli, Presidente della Juve lo è anche della Figc. Angelo Moratti, presidente nerazzurro, va su tutte le furie e spedisce a Torino la formazione De Martino. Solo che la mattina del 10 giugno 1961, Sandrino ha in programma tre interrogazioni: inglese, tecnica bancaria ed economia politica. Il taxi che lo aspetta fuori dalla scuola vola sulla Milano-Torino. Mazzola raggiunge i compagni al ristorante. Prima della partita, Giampiero Boniperti gli stringe la mano: “Ho giocato con tuo padre. Era il più forte di tutti”. Alla fine aggiunge: “Sei degno di tuo padre”. La Juve ha battuto i ragazzini dell’Inter 9-1, ma Sandrino ha segnato su rigore e ha fatto un figurone. Dal ’62-63 il Mago lo inserisce stabilmente in prima squadra e nasce il mito della Grande Inter.
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Mazzolino era la sublimazione del calcio di HH. In una squadra ideata per chiudersi e ripartire, quel giovane attaccante secco, velocissimo, tecnicamente pregiato, affamato di profondità e di futuro era il terminale ideale. Non a caso è lui l’eroe del primo trionfo della Grande Inter, la Coppa dei Campioni, strappata al nobile Real Madrid, nella dolce notte del Prater viennese (27 maggio 1964). E non è un caso che a passargli la palla per il primo gol sia stato Facchetti. Sandro e Giacinto, i due ragazzini al galoppo nei quali il Mago si rispecchiava. Anche se i rapporti tra i due non sempre sono stati idilliaci, specie quando Herrera passò la fascia di capitano al Baffo. Facchetti, che la portava già in Nazionale, non la prese benissimo. Ma dopo un chiarimento franco, tornò il sereno. Contro le terribili meringhe di Puskas, Di Stefano e Gento, Sandro segna due volte (3-1) e riceve in dono la maglia numero 10 del leggendario colonnello ungherese che gli ripete le parole di Boniperti: “Sei degno di tuo padre. Io ci ho giocato contro. Era fortissimo”. A 21 anni non pensava che si potesse essere tanto felici. Sandrino piange di gioia e d’orgoglio, pensando a Valentino.
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Mazzola ci mette un gol anche nella sfida con gli argentini dell’Independiente che regala all’Inter la prima Coppa Intercontinentale, cioè il mondo. Nella Coppa Campioni successiva, sono ancora protagonisti Mazzola e Facchetti. In semifinale, Sandro segna un gol pesantissimo nella bolgia di Liverpool (1-3), al ritorno Giacinto completa l’epica rimonta a San Siro (3-0). Mazzola segna di nuovo all’Independiente per la seconda Coppa Intercontinentale. Morale: nel poker internazionale della Grande Inter, Sandro è stato sempre in copertina. Il gol più bello però lo segna al Vasa Budapest, nell’edizione ‘66-67 al tramonto della Grande Inter: cinque avversari saltati in dribbling, portiere compreso, correndo palla al piede avanti e indietro, con tutti gli interisti del mondo che urlano: “Tira! Tira!”. Nel Dizionario del Calcio, “serpentina” si legge Mazzola. Secondo dietro a Cruijff nel Pallone d’oro ’71, il Baffo è l’unico italiano ad aver vinto una classifica cannonieri di Coppa Campioni (’63-64) e ad aver segnato in due finali (’64, ’67). Oggi sceicchi e Paperoni vari si svenerebbero per la sua tecnica in velocità. A Mbappè e simili non avrebbe da invidiare una briciola di modernità.
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Sandro ha debuttato in Nazionale a 20 anni, contro il Brasile di Pelé, segnando su rigore nel 3-0 amichevole di San Siro. Campione d’Europa nel ’68, il suo romanzo azzurro, lungo 70 maglie, è stato quasi completamente risucchiato dalla staffetta messicana con Gianni Rivera che condannò l’Abatino (Mazzola usava la variante “fighetta” ndr) ai 6’ nella finale col Brasile. La rivalità Mazzola-Rivera, gli inquilini più celebri di San Siro, ha segnato un’epoca. Nemici cordiali in quasi 20 anni di derby, erano galassie lontane: glamour e amori da rotocalco per il milanista; sposo a 21 anni l’interista con Graziella, conosciuta da ragazzo, quando lei, benestante, girava in spider e lui in tram, e da cui ha avuto 3 figli. A riavvicinarli nel tempo , la coscienza sindacale e la tattica, perché invecchiando Mazzola si è fatto 10. Proprio contro Rivera, l’ultima partita in carriera del Baffo: finale di Coppa Italia, Milan-Inter 2-0, 3 luglio 1977. Lasciò la scena da mattatore, citando Dante (“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole…”), perché l’arbitraggio di Gussoni gli era parso governato dall’alto. Nel dopo carriera, è stato in due riprese dirigente dell’Inter, partecipando attivamente allo sbarco del Fenomeno e di Recoba alla Pinetina. Anche se il grande colpo gli è rimasto in canna e non per colpa sua: Platini, cui Fraizzoli rinunciò, e Falcao, che Andreotti depistò a Roma. Ha lavorato anche per Genoa e Toro. È stato a lungo commentatore televisivo. Sandro Mazzola ci lascia nel giorno del centesimo compleanno di San Siro. “Vuolsi così colà…”
