Clio Ferracuti è indubbiamente una delle più brillanti karateka italiane. Alla stella delle Fiamme Oro, nonché colonna portante della Nazionale, va riconosciuta la capacità di trasformare il kumite (combattimento a contatto controllato, n.d.a.) in pura estetica trascendentale: qualità fuori dal comune per un’atleta che “tira” nei pesi massimi, categoria generalmente caratterizzata da grande potenza. Nondimeno, la “poliziotta” porta sul tatami un’innegabile eleganza, distinguendosi dalla concorrenza delle altre +68 kg per la bellezza del gesto tecnico, che la rende assoluta protagonista della scena internazionale.
A rendere speciale il tuo viaggio contribuisce la maniera perfino scontata con cui prende inizio…

“Si può dire che sono nata sul tatami, ho iniziato a praticare all’età di quattro anni circa. Mio padre Valentino è stato il mio primo Maestro. Cominciando con la propedeutica, gli esercizi di coordinazione motoria ed il Gioco-Sport. Da lì in avanti, non ho più smesso, portando avanti la tradizione di famiglia. Perché anche mia sorella è una karateka. Eva, però, ha preferito specializzarsi nel kata (forme codificate, n.d.a). Interpretando dunque le tecniche in funzione di parate e contrattacchi prestabiliti, contro avversari immaginari. Confesso che inizialmente non sopportavo l’idea di eseguire costantemente sempre le stesse tecniche, per apprendere le basi. Dovendo inoltre rispettare certe posizioni statiche. Diciamo che per natura, ho un’indole assai irrequieta. Difficile gestire la mancanza di dinamismo. In effetti, indossati i guantini, poi il combattimento ha convogliato tutta la mia iperattività”.
Allora chi, se non il Gruppo Giovanile della Polizia di Stato, poteva incanalare nei binari giusti questo bisogno endemico di stimoli sempre nuovi!
“Intorno agli 11/12 anni sono entrata nel settore giovanile delle Fiamme Oro. Devo ringraziare i miei genitori per questa scelta: erano convinti che fosse lo step necessario per continuare a coltivare il talento potenziale che immaginavano potessi avere. Allargando notevolmente le mie prospettive di crescita. Definirei il loro gesto un atto di amore nei miei confronti, oltre che di profonda umiltà. Un comportamento nient’affatto scontato. Spesso, se un tecnico ha un atleta forte in palestra, preferisce allenarlo da protagonista, piuttosto che passare dietro le quinte. Invece, papà ha lasciato che camminassi con le mie gambe”.
Eccellere, senza farsi definire
Nel percorso che l’ha portata a dominare spesso chiunque le si parasse di fronte, un ruolo fondamentale va ascritto alla sua determinazione. Una forza interiore, che incarna i princìpi tipici di un’arte marziale, diventata nel frattempo pratica sportiva ai massimi livelli. Così, muovendosi nel solco della tradizione, rispetto e consapevolezza nei propri mezzi, acquisiscono un valore diverso: non solo sterili parole, ma azioni concrete.

Del resto, se il karate è la disciplina della mano vuota, chi meglio di un’atleta del tuo calibro può riempire simbolicamente quella mano con una carezza. In grado, però, di convertirsi in micidiale strumento per graffiare l’avversaria di turno.
“L’agonismo dà tanto, al contempo, pretende in cambio un mucchio di energie, fisiche e mentali. Se scegli consapevolmente la via delle gare ti impegni a curare ogni cosa nei minimi dettagli. Il cammino si spiana in funzione delle scelte compiute. Personalmente, non sono assillata dal risultato. Vivo il presente, non mi identifico necessariamente nel podio e nella medaglia. Anche se devo riconoscere che vincere ripaga di tanti sacrifici. Inoltre, per me è una sorta di feedback personalissimo, in grado di testimoniare che sono sulla strada giusta. Ma quando ti impegni assiduamente, in modo totalizzante, ponendoti come obiettivo determinate gare messe in calendario, il coinvolgimento emotivo è enorme. Come la delusione, che in taluni casi diventa bella intensa”.
La tua carriera sensazionale, da vera Top Player, mutuando quel termine tipicamente calcistico, associato in genere a chi eccelle nel proprio sport, basata non solo sul talento, offre a tutte le donne un esempio concreto di perseveranza…

“E pensare che da bambina non è stato amore a prima vista tra me e il karate. Avrei potuto scegliere tranquillamente la pallavolo, se non mi avessero coinvolto mio padre e mia madre. Nella fase adolescenziale ho fatto a meno di alcuni aspetti della vita sociale connessi alla mia età. Tuttavia, non li definirei sacrifici, tantomeno privazioni. Mi piaceva comunque fare certe rinunce, in funzione delle gare. Per esempio, sull’alimentazione, oppure stando a casa per recuperare dalla stanchezza post allenamento. Per cui, non mi ha pesato più di tanto non avere vissuto talune dinamiche. Lo sport è un concentrato di emozioni. Un manuale per la vita, veicolo utile a crearsi forza e consapevolezza. Poi ciascuno sceglie come utilizzarlo. Nessuno mi ha regalato mai niente. Quante volte sono tornata a casa con le lacrime perché non riuscivo a esprimere il mio karate. Oggi che sono riuscita a trasformare la mia passione in un lavoro, guardandomi idealmente allo specchio, mi faccio i complimenti. Tutti possono essere top player, dipende da cosa sono disposti a fare per diventarlo”.
Per Clio, quindi, lo sport è stato il viatico per scoprire di non essere indifesa. Il suo esempio rappresenta l’occasione per incoraggiare praticanti e non – senza alcuna distinzione di età -, ad acquisire maggiore fiducia. Questa storia, infatti, prende il via da sgradevoli situazioni di body shaming. L’odiosa consuetudine, cioè, di deridere, criticare o insultare una persona per il suo aspetto fisico.

Non giriamo attorno all’argomento, tu hai subito una vera forma di violenza psicologica, che ti ha sicuramente ferita…
“Non ho vissuto proprio una bellissima infanzia. Parlo di qualche comportamento subito a scuola. D’altronde, i ragazzini sanno essere cattivi. O meglio, non hanno filtri. E ti buttano in faccia la realtà, con crudezza. Ero giunonica, fuori misura rispetto alle mie coetanee. Eppure, non ho mai permesso che gli altri mi dicessero chi sono o non sono, definendomi come persona. Il pregiudizio basato magari su canoni non perfettamente aderenti agli standard mutuati o imposti da media e social, non tengono conto né delle diversità individuali. Tantomeno dello stato personale che stanno vivendo le persone bullizzate. Il mio obiettivo era eccellere nello sport, e il karate mi faceva stare meglio. Per cui, mi sono tirata su le maniche, con l’intenzione di diventare una persona migliore, evolvermi giorno per giorno. Anche grazie alla presenza protettiva dei miei genitori. Un mix tra l’amore materno e mio padre che mi spronava ad andare in palestra. Mi sono accorta dell’evoluzione quando sono passata dall’essere l’ultima chiamata per formare le squadre di pallavolo o handball, alla prima scelta delle capitane. Questo switch mi rese molto fiera di me stessa”.
Come sono lontani i tempi in cui cercavi di fregare tua mamma, che ti nascondeva la crema spalmabile al cioccolato!
“Quella fu una genialata, tipica delle ragazzine discole. Feci una mappa che riproduceva il contenuto della credenza, riportando fedelmente su carta la posizione degli oggetti, anche con l’aiuto dei disegni delle varie scatole. In generale, l’alimentazione è sempre stata un po’ il mio cruccio. La categoria + 68 kg non pone limiti, però se vuoi performare ai massimi livelli devi comunque alimentarti bene, in maniera sana. Gestendo il periodo di scarico con quello di massimo carico allenante. Non sono molto orientata verso una dieta ferrea, con imposizioni draconiane. Preferisco un sistema che mi consenta di mangiare equilibrato e bilanciato. Ovvio che devi stare bene mentalmente, così non sfoghi sul cibo, e riesci ad amministrare la fame nervosa e il pre-ciclo”.
Podi, medaglie e soddisfazioni

Abbiamo capito: Clio si è dovuta rimboccare presto le maniche, conscia che per le gare giovanili passano un mucchio di belle speranze. Però in tante devono arrendersi all’evidenza dei fatti; con il trascorrere del tempo, l’imbuto si restringe notevolmente. E alla fine emergono davvero in poche. In tal senso, ha orientato forza e vigore verso un’unica direzione: cercare comunque di emergere. Fallire non è mai stata un’opzione sul tavolo. Perciò da quei giorni non ha ancora smesso di combattere, inseguendo quelle sensazioni che la fanno sentire davvero nella sua comfort zone.
Chissà, se di tanto in tanto, guardando vecchi video della tripletta agli Europei U21, ripensi alle prime vittorie. Quelle che sostanzialmente ti hanno proiettato fragorosamente sulla scena internazionale…
“L’oro a Sofia 2017, contro la slovena Budič, superata con un secco 3-0, è frutto di un torneo pressoché perfetto. Ero in ottima forma e ho chiuso tutti gli incontri senza subire nemmeno un punto. Un grandissimo risultato; conferma la teoria che vincere è difficile, riconfermarsi ancor di più. Effettivamente, nel 2015, a Zurigo, mi era già riuscita l’impresa. Ma sono state due vittorie completamente diverse. In Svizzera ero inesperta, quasi incosciente. Salivo sul tatami senza sapere cosa mi aspettasse. Quando ho vinto con la serba Simic, sono esplosa dalla felicità, tra urla e lacrime di commozione. In Bulgaria, al contrario, ero molto più fredda, pur sentendo il peso della responsabilità. La definirei una gioia composta. Tra i due ori, c’è stato un argento che non ho gradito molto (Limassol 2016), contro la spagnola Torres Garcia, con cui tutt’oggi ci scorniamo spesso”.

Con il passaggio alla Seniores, nonostante il livello della competizione si alzasse, Clio ha mostrato che i risultati maturati nell’Italia giovanile non fossero una casualità. Adattandosi e continuando a overperformare. Palesando in tutta la sua pienezza, gara dopo gara, un kumite solido, al pari della sua fisicità. Eppure mai inutilmente barocco. Anzi, tremendamente efficace, fatto di sgasate improvvise, calci eccezionali e feroci gyaku o kizami.
Insomma, il tuo marchio di fabbrica, prima ha permesso di farti conoscere, da ragazza. Poi da adulta, che rimanessi fedele a te stessa, confermandoti nell’alveo ristretto delle “regine” della Premier League. Ne è passata di acqua sotto i ponti, dalla prima medaglia conquistata appena diciottenne…
“In effetti, festeggiai nel migliore dei modi la maggiore età, vincendo il giorno dopo il mio compleanno, il bronzo alla prima apparizione in Premier, a Salisburgo, contro la belga Pradelli. Nonostante fossi una esordiente nella categoria Seniores, non mi lasciai spaventare dalle avversarie più esperte. Fu un vero battesimo di fuoco, perché nei turni preliminari persi con la russa Kovaleva, che poi arrivò in finale. Sembrava imponente, una gigante. Mi piazzo un paio di violenti mawashigeri. Grazie ai ripescaggi, mi feci un bellissimo regalo di compleanno”.
Stranamente, nel circuito mondiale che riunisce le prime 32 atlete in classifica per ciascuna categoria, hai collezionato 13 medaglie complessive (1 oro, 6 argenti e 6 bronzi). Ma la soddisfazione di occupare il gradino più alto del podio è arrivata solo qualche mese fa, nella tappa di Rabat!

“Venivo da un ottimo momento di forma, certificato dal titolo europeo di Francoforte. In generale, se guardiamo alla categoria dei pesi massimi, possiamo notare che c’è una trasformazione. Per esempio, pur essendo 1,80 a Rabat forse ero tra le più basse. La + 68 kg ti lascia un ampio spettro di scelte. Io ho un fisico strutturato, ma armonico. L’alimentazione sicuramente mi aiuta, in primis nella prevenzione degli infortuni. Inoltre, mangiare sano ti fa star bene anche emotivamente. Sul piano squisitamente tecnico, ho riscoperto solo ultimamente l’uso delle gambe. Mentre all’inizio del mio percorso agonistico ero più monotematica, privilegiando l’uso delle braccia. D’altronde, non si finisce mai di imparare. Smettere di evolversi equivale a bloccare la propria crescita”.
Beh, se ogni gara è un nuovo inizio, l’Europeo di quest’anno a Francoforte rappresenta il momento in cui esprimi con consapevolezza il tuo karate!
“Confesso che l’Europeo e la Premier di Rabat sono accomunate dallo stesso approccio. Erano due competizioni che non volevo neanche fare: ero stanca, e volevo staccare. Poi a Francoforte il percorso è stato davvero tosto: ho dovuto battere la greca Kydonaki, all’epoca, detentrice del titolo europeo. E la tedesca Kneer, contro la quale non avevo mai vinto. Quindi, la francese Pea, con cui avevo perso in Cina, nella finale della Premier a Hangzhou ’25. Non avevo certamente messo in preventivo di vincere. Anzi, non mi fregava assolutamente niente di chi fossero le avversarie che mi metteva davanti il tabellone. Tant’è che il mio coach, Cristian Verrecchia, a gara terminata, mi ha detto la fatidica frase: quel «te l’avevo detto», ridendo sotto i baffi, che infastidisce ogni atleta. L’idea era di combattere e prendere quello che veniva. Del resto, bisogna lasciare andare le cose per poterle cogliere”.
Obiettivi condivisi
La tua crescita sportiva non si è limitata a produrre risultati personali, ma ha contribuito a rendere la squadra di kumite ultra competitiva, dando una spinta definitiva al team femminile verso il gotha delle classifiche WKF: a testimoniarlo, un bronzo ai Mondiali di Dubai, nonché 4 bronzi e due argenti agli Europei…

“Vero che il karate è uno sport individuale, ma non esiste squadra se non c’è collaborazione, orientata al conseguimento di un obiettivo condiviso. Un concetto che porta con sé un messaggio positivo: spirito di sacrificio e compattezza, concedendo poco all’ego individuale, per ottenere poi qualcosa in più collettivamente. Non c’è una stella, ma un gruppo attorno a cui giriamo. Siamo tutte delle perfezioniste, e l’anima da combattente di ciascuna di noi si integra perfettamente con tutte le altre. Lottare insieme ci aiuta a raggiungere un risultato comune. Attualmente, io e Silvia Semeraro siamo le più longeve, ma ricordo i tempi in cui eravamo noi le novizie, appena entrate in squadra, dove già c’erano Sara Cardin, Laura Pasqua o Lorena Busà. Ne ho viste parecchie di compagne, ma Silvia è quasi una sorella: nutro per lei una stima assoluta, perché è assieme genio e sregolatezza. Ci spalleggiamo con le nuove generazioni. Ne è passato di tempo quando erano le altre che magari ci aiutavano a gestire le ansie da prestazione pregara. Oggi è un compito che tocca a noi”.
A proposito di compagne di squadre. Con alcune la condivisione delle medesime emozioni consente di resettare temporaneamente, rispetto al tran tran che scandisce la quotidianità, tra allenamenti, ritiri e gare. Corroborante ritrovare la concentrazione, godendosi assieme i viaggi e il mare!
“Siamo governati dalla mente. Per cui, se sei sempre sotto stress, poi diventa complicato esprimersi al meglio. Specialmente per menti molto settate sul focus attentivo. Talvolta urge rilassarsi. Quando stacchi, sei libera di testa, si hanno risultati maggiori, questo è poco ma sicuro. Mi piace visitare luoghi nuovi o una cena con un’amica, connessioni che ti restano dentro”.
Mezze delusioni e senso di appartenenza

Ai Giochi del Mediterraneo di Taranto, aveva gli occhi puntati addosso: quelli del pubblico, ma pure della concorrenza. Le previsioni della vigilia non potevano considerarla semplicemente una outsider. Bensì accreditavano (giustamente) la Campionessa d’Europa in carica come una tra le pretendenti al podio. La contemporanea presenza di altre blasonate campionesse, tipo Ferreira De Oliveira (Portogallo), Damjanovic (Montenegro), Cekic (Turchia), Giamouki (Grecia), rendevano inopportuno azzardare qualsiasi pronostico.
Ti sei tuffata a capofitto in questa ennesima avventura, consapevole che ci fossero le condizioni per arricchire il tuo personalissimo palmarès?
“Sono andata ai Giochi con la consapevolezza che fosse una gara importante. Quindi, magari ho mancato l’obiettivo. Mi sarebbe piaciuto fare una gara diversa. Però non mi ha condizionato essere la Campionessa d’Europa in carica. Quando entro sul tatami sono Clio, non certo il titolo che mi accompagna. Resto con i piedi per terra, anche se questa era una specie di Olimpiade, dove c’erano le più forti. Inoltre, gareggiare in Italia dava sensazioni ancora maggiori. Detto questo, considero ogni gara una esperienza. Nulla accade per caso. E specie se perdi, deve insegnarti o comunque lasciarti qualcosa su cui riflettere. Talvolta ci sono delle medaglie che fanno male e delle sconfitte invece salutari. Nell’arco della mia carriera, se non ci fossero stati i bronzi, che però potevano essere argenti, oppure ori solo sfiorati, non sarei la persona, oltre alla karateka, che sono adesso. Del resto, questo è il primo insegnamento che da lo sport: ricominciare quando torni a casa fuori dal podio o con una medaglia dal colore diverso da quello che magari ti aspettavi”.

Clio è andata subito sotto: nel giro di pochi scambi la Cekic si porta sul 3-0. Quando mancano 2′ l’azzurra infila il 3-1, immediatamente bilanciato da uno yuko per parte, che fissa temporaneamente il risultato sul 4-2. Ecco che comincia la rimonta: due tecniche in rapida successione ed è 4-4 a 1′ 13″ dalla fine. L’alternanza di emozioni e punti rende l’Ottavo di finale entusiasmante. Ancora vantaggio Cekic, e pari immediato (5-5). La turca allunga (7-5), ma la Ferracuti è determinata a non mollare: piazza il waza-ari dell’ennesimo pareggio. A rompere l’equilibrio di un match spettacolare, lo yuko segnato a 4” dal termine, che sancisce il definitivo 8-7.
Sei andata sotto nel punteggio. E invece di deprimerti, cominci a macinare il tuo karate. Le hai rubato di slancio il tempo. Un grave errore per la turca scoprirsi e palesare le proprie intenzioni. Mai titubante o indecisa, hai accorciato la distanza, fino a pareggiare. Poi cosa è successo?
“Ironicamente, la definirei una esperienza breve ma intensa. Non avevo mai combattuto con la turca. Si vedeva che mi aveva studiato nei minimi dettagli, conosceva il mio stile di combattimento. E’ stata una gara molto agguerrita. Al di là del risultato, mi è piaciuta: mi ha dato modo di fare grandi riflessioni sul lavoro da fare una volta tornata a casa”.

La tua forza non si misura solo nelle vittorie. Ma nella capacità di rialzarsi quando tutto sembra perduto. La necessità di guardare con rinnovata fiducia al futuro è quello che devi avere provato quando hai smaltito la mezza delusione di Taranto ‘26 vincendo l’ennesimo Campionato Italiano a Squadre Sociali con le Fiamme Oro?
“Considero un privilegio essere membro della Polizia di Stato. Pur non facendo servizio attivo, ma organica al Gruppo Sportivo, mi inorgoglisce tantissimo il senso di appartenenza. Qualcosa veramente difficile da spiegare a parole. Mi definirei una fanatica del mio gruppo. Se guardo ai risultati e alle convocazioni in Nazionale, direi che siamo una potenza. Cosa ci invidiano? Forse il fatto che i vecchi continuano a portare avanti i valori, sportivi e non, facendo da esempio per le nuove leve. Credo che uno dei nostri segreti sia proprio la possibilità data ai ragazzi del settore giovanile di allenarsi con i campioni. Possono realizzarsi nella nostra casa, perché potrebbero diventare campioni nel prossimo futuro loro stessi. E poi essere Campionesse d’Italia conferma la bontà del lavoro che facciamo quotidianamente. Nonostante il calendario pieno di impegni agonistici, questa resta la gara del cuore, tinta rigorosamente di blu e cremisi”.
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