Per capire quanto il karate italiano sia diventato grande, grazie al suo fiorente vivaio, numericamente sempre più ricco di talento e qualità, basta guardare alle recenti imprese della Nazionale al Mondiale Giovanile di Bielsko-Biała, dove i ragazzi e le ragazze della FIJLKAM hanno conquistato ben 9 medaglie tra kata e kumite, nelle tre fasce di età (Cadetti, Junior e U21). L’entusiasmo intorno alla spedizione in Polonia è testimoniato dai numeri. Però 2 ori e 7 bronzi, da soli, non bastano a fotografare la capacità dello staff tecnico nel saper scremare con fiducia e pazienza la meglio gioventù in karategi. Un gruppo in ascesa, con del potenziale enorme, per alcuni ancora tutto da scoprire completamente. A raccontarci le tante emozioni veicolate sul tatami dalla Nazionale giovanile, Marco Lentini. Un coach a cui è facile volere bene, perché schietto e sincero. Caratteristiche che gli Azzurrini hanno subito assorbito.
Il legame con i ragazzi è evidentemente fortissimo. Come avete fatto a entrare in sintonia con loro, così giovani e spesso diversi tra loro?
“Sapevamo quanto potesse essere difficile ripetere i risultati maturati nello scorso Mondiale di Jesolo, nel ’24. Se a distanza di due anni siamo riusciti a mantenerci su standard prestativi comunque elevatissimi, allora significa che c’è stata continuità. E che il movimento, a livello giovanile resta florido. Merito anche della vicinanza tra la Commissione Nazionale Attività Giovanile e la Direzione Tecnica: lavoriamo in maniera sinergica per raggiungere un obiettivo comune”.

Oltre 2000 atleti iscritti, a rappresentare 114 nazioni, con 41 italiani in gara. Un impegno titanico, che certifica come la Federazione sia davvero un laboratorio unico per i giovani talenti…
“Disputare 12 finali, di cui due per l’oro, con il quinto posto nella classifica generale, il terzo per numero complessivo di medaglie, testimonia la credibilità del karate italiano. Nonché il valore trasversale di un risultato straordinario, poiché ottenuto sia con profili che avevano già una certa esperienza, quasi dei veterani delle categorie giovanili. Che negli Under16, catapultati per la prima volta in un contesto del genere e perciò anche un tantino emozionati. È un progetto diverso rispetto alla Seniores, che persegue un differente modello prestativo. Dare fiducia ai giovani significa metterli nelle migliori condizioni per farli crescere, soprattutto a livello internazionale”.

In questo scenario, quant’è importante la connessione con i club di appartenenza?
“Un ruolo fondamentale lo svolgono proprio loro. In un certo senso, noi lo completiamo, rifinendo le abilità tecnico-tattiche apprese nelle società di provenienza. Lavoriamo in armonia e serenità, per non fargli sentire troppo la lontananza da casa. Specie nei Cadetti, uscire dalla comfort zone potrebbe essere deleterio. Allora, bisogna instaurare un rapporto che trascenda il tatami. Stargli vicino, affinché vivano il momento e si sentano i veri protagonisti. Del resto, il contesto internazionale è in continua evoluzione. Se guardiamo ai risultati del Mondiale, possiamo notare, per esempio, i due bronzi conquistati dal Senegal, oppure il titolo vinto dall’Uzbekistan nel kata. Rispetto agli anni ’80, alcuni paesi hanno confermato la loro tradizionale forza. Altri, invece, si sono un po’ persi. L’Italia si è adattata al cambiamento in corso, privilegiando la costanza e la continuità del lavoro”.

L’Italia arrivava in Polonia accompagnata dal lusinghiero bilancio dell’edizione ’24. A Jesolo, infatti, aveva chiuso la kermesse con 15 medaglie complessive e cinque ori. Una grossa responsabilità, doversi confermare…
“Va dato atto a Davide Benetello, in qualità di presidente del settore karate, di aver compiuto negli ultimi anni un lavoro eccezionale, che ha permesso poi di mantenere standard altissimi di rendimento. Non a caso è stato recentemente eletto vicepresidente della World Karate Federation. Del resto, la FIJLKAM crede profondamente nei giovani: la crescita non si misura soltanto con le medaglie, comunque parte integrante del movimento. Ma anche attraverso le opportunità offerte ai ragazzi. Un esempio, in Polonia la nostra delegazione era numerosissima, forse una tra le più grandi. L’idea era quella di completare tutte le categorie, senza mancarne alcuna. In virtù del principio che così facendo possono riportare qualcosa a casa, se non in termini di podi, come esperienze ed emozioni condivise. Le medaglie sono una conseguenza di tutto ciò”.
Le prime soddisfazioni le ha regalate il kata a squadre nella categoria cadetti/juniores…

“L’oro della squadra maschile, che ha superato nettamente in finale la Turchia (4-1), è doppiamente soddisfacente, perché Matteo Freda, Matteo Nardaccio, Giacomo Turcato e Sergio Rosiello avevano già vinto l’Europeo, per cui hanno raggiunto l’obiettivo di bissare il successo continentale. Per esecuzione tecnica del kata, ed efficacia del bunkai, sembrava quasi fossero dei seniores, al cospetto di esordienti. Singolarmente, hanno tutti un gran potenziale, ma va riconosciuto il merito ai coach di averne esaltato le qualità come gruppo. Sul bronzo del team femminile, la composizione del podio parla chiaro: Giappone, Spagna, che aveva eliminato in semifinale le azzurre, noi e la Francia, abbiamo dimostrato di essere superiori alla concorrenza. Tra l’altro il 5-0 rifilato all’Ungheria da Sofia Crucitti, Beatrice Dublino, Martina Beretta e Silvia Tagliabue, è emblematico delle abilità messe sul tatami dalle ragazze”.
Gli Under 21 hanno messo in mostra abilità tecnico-tattiche importanti nel kumite, mettendosi al collo tre bronzi…

“L’unica difficolta, Squillante (60 kg) l’ha avuta in semifinale, con il belga Abdelmalki, che dopo ha vinto il titolo. Credo che Guido non fosse da meno, per qualità nei fondamentali; bravo il belga a gestire tatticamente i momenti sensibili del match. Ottima l’interpretazione della finalina contro l’argentino Gallardo, superato con uno spettacolare 8-5. Emma Colletti (55 kg) è partita in sordina, sconfitta nel suo cammino dall’olandese Voorduin, arrivata poi in finale. Patendo forse la nuova categoria di peso, lei che aveva sempre tirato nei 50 kg. Nei ripescaggi, però, ha demolito le avversarie, con tre vittorie consecutive. Tiratissima la finale per il bronzo con la marocchina Tarkou: sul 4-4 Emma ha piazzato un calcio che sembrava dovesse darle il vantaggio risolutivo. Quindi, l’ennesimo pareggio 7-7. Ha dovuto sudare fino alla fine, per infilare il punto dell’8-7, perché nonostante avesse il senshu, nei secondi finali può succedere il classico imprevisto. Come al solito, spettacolare il kumite di Anna Pia Desiderio (68 kg). Nella finale si è imposta nettamente per 7-1 sulla ceca Tinavska, dimostrando gestione dello spazio, e uso di gambe o braccia con il giusto timing”.
Di grande prospettiva il combattimento sviluppato dagli Juniores…

“Straordinario l’oro di Sofia Pavone nei 48 kg. Lei è una piccola diavoletta, considerando il peso, ma dal carattere indomito. Che mena dall’inizio alla fine. Se ne sono accorte le sue avversarie, letteralmente spazzate vie sino alla finalissima, contro la portoghese Matos. Lì è andata sotto 2-0, con anche il senshu in favore dell’avversaria. Eppure, ha continuato a mantenersi lucida, cercando nel suo bagaglio tecnico-tattico le capacità che le servivano per rimontare. In effetti, a 13 secondi dalla fine, ha piazzato un calcio da tre punti, mettendo a segno l’ippon che ha completamente ribaltato l’incontro. Carmine Apicella (61 kg) s’è dovuto sudare il bronzo. Fermato ai quarti, dopo tre vittorie consecutive, dal giapponese Yatoji, poi campione del mondo: un combattimento in equilibrio fino a 20 secondi dal termine. Ma i nipponici sono fatti così, non mollano mai. Carmine è ripartito dai ripescaggi, per conquistarsi l’accesso alla finalina, dove ha superato 2-0 il giordano Al Najjar, aggiungendo così il bronzo mondiale al titolo europeo Junior conquistato nel 2025. Il bronzo di Ilaria Bianco nei 52 kg è frutto di un atteggiamento sempre propositivo. Un vero martello quando combatte. Dopo la sconfitta con l’egiziana Afifi, è ripartita dai ripescaggi con grande determinazione. Equilibrata la sfida per il podio contro l’iraniana Ghanei, chiusa sullo 0-0 e decisa all’hantei, cioè per decisione arbitrale”.
Con il Bronzo del “figlio d’arte”, Achille Giuliani riporta sulla scena internazionale un cognome pesante!

“Al di là delle capacità tecniche, già importanti per un 15enne, Achille ha messo in campo una feroce cattiveria agonistica; caratteristica dove forse altri, nella medesima fascia di età, hanno un po’ peccato. Poi non si ferma mai, costantemente in piena attività per i 2’ minuti del combattimento: mai passivo, stimola continuamente l’avversario, stressandolo dal punto di vista atletico e neuro-cognitivo”.
Che significato dare ai quinti posti?
“Non si deve sminuire il loro risultato. Avevamo delle aspettative, perché c’è un grande potenziale, sono elementi di qualità. Anche se in certi contesti internazionali contano i dettagli per mettersi una medaglia al collo. Il nostro è uno sport con una componente importante connessa alle scelte arbitrali. E quando vieni giudicato, devi accettare pure qualche punto negato, che invece poteva essere assegnato. In tal senso, Buono e Correddu possono recriminare qualcosina. Succede, ma bisogna interrogarsi sulla continuità situazionale. Qualcosa tipo, «non hanno visto due tecniche in sequenza? e allora ne metto tre». Trarre comunque dei feedback positivi in vista dei prossimi eventi, lavorando sulle motivazioni”.
La “maglia” azzurra continua ad avere un fascino ineguagliabile, ancor di più a livello giovanile?

“Tutti devono sentirsi parte del movimento federale. C’è un clima di armonia che viene poi riportato in sede di gara. I ragazzi lo percepiscono questo senso di appartenenza. La CNAG è una sorta di laboratorio, una incubatrice di talento, con cambi e turnover obbligati per questioni anagrafiche e raggiunti limiti di età. Lavoriamo in funzione del ricambio generazionale, senza lasciare indietro nessuno. Il ranking ci aiuta a fare le convocazioni, ma diventa sempre più difficile, perché la qualità tecnica cresce e dalle gare, cui sta diventando complicato anche iscriversi, per il numero elevatissimo di partecipanti, emergono puntualmente due, tre elementi fortissimi. In tal senso, la concorrenza alimenta ambizioni e motivazioni. Perché chi sta dietro, spinge per mettersi in mostra. Mentre, chi l’azzurro già l’ha vestito, non vuole mollare il posto. Allora ben venga questo fenomeno di stimolo reciproco. Con queste dinamiche, infatti, non ci appiattiamo, ma rimaniamo assai competitivi sul piano nazionale e internazionale”.
Prematuro azzardare scomodi paragoni, o peggio, provare ad anticipare i tempi, ma tra un paio di anni qualcuno tra i convocati di questo Mondiale Giovanile potrebbe sbarcare tra i “grandi”, confermandosi pure a livello Seniores?

“Magari in Polonia non abbiamo raccolto a livello individuale quello che ci aspettavamo, ma il kata resta una roccaforte e lo testimoniano le medaglie con le squadre. Sul kumite, cosa aggiungere: abbiamo fatto vedere un combattimento di livello altissimo in tutte le categorie. Pure le finali per il bronzo, una situazione da dentro o fuori, cioè podio o niente, statisticamente ne abbiamo vinte tante. Questa premessa è fondamentale per ricordare che la Nazionale Giovanile è un punto di partenza. Ma per essere poi competitivo tra i «grandi» ci vuole costanza e continuità. Non tutti, chiaramente, ci riescono. Però mi conforta un dato interessante, da qualche anno agli Assoluti, atleti civili vincono su quelli dei Gruppi Sportivi Militari. Spesso sono ragazzi e ragazze cresciuti in seno alla CNAG, che hanno fatto un percorso giovanile importante. Per noi, una soddisfazione in più aver contribuito, in qualche modo a favorire il ricambio generazionale”.
Un messaggio ai ragazzi e alle ragazze dopo la trasferta polacca…
“Quando si inizia un percorso, non per forza si deve pensare a formare il campionissimo. D’altronde, ci vogliono tante caratteristiche per arrivare al top, fisiche, tecniche e mentali. Ma questi ragazzi diventeranno sicuramente uomini e donne migliori, in virtù della loro capacità di adattarsi alle difficoltà, applicandosi con determinazione e disciplina. Perciò, grazie ancora per queste emozioni meravigliose. Alla fine, più dei risultati, a rendere speciale certi momenti contribuisce sempre l’esperienza condivisa. Perciò gli ricordo di godersi l’attimo, perché certe sensazioni non si possono comprare, ma solo vivere”.

Insomma, concordia e unione sono i concetti cardine di questa splendida avventura Mondiale!
“Personalmente, non dimentico da dove arrivo. Mi piace dire che vengo dal basso, nel senso che rispetto ad alcuni colleghi dello staff, non ho la medesima storia agonistica prestigiosissima. Però ho sempre lavorato nel mio club con l’umiltà di apprendere anche dagli altri, avendo l’ambizione di crescere. Il lavoro paga, specie nella nostra Federazione, che dimostra di non avere pregiudizi, premiando sempre la meritocrazia. Lealtà, e orgoglio nell’aver contribuito ai risultati maturati in Polonia grazie a obiettivi condivisi: sono tutti valori verso i quali nutro una certa sensibilità, come il senso di appartenenza alle mie origini”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
