I Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026 sono stati un biglietto da visita luccicante per tutta la Puglia, eletta a palcoscenico della ventesima edizione di un evento internazionale emozionante, capace di unire storicamente i Paesi che affacciano sul Mare Nostrum. O che pur non avendo accesso diretto al mare, sono comunque accomunati da valori culturali condivisi, tradizionalmente riconducibili a quest’area geografica. Per due settimane, dunque, non solo Taranto ha vibrato di passione per le tante discipline sportive che hanno valorizzato l’intero territorio pugliese. Martina Franca, infatti, ha acceso i riflettori sul karate. Un’avventura, quella della spedizione italiana, che si chiude con sei medaglie (tre argenti e tre bronzi), conquistate in dieci categorie.
Un bottino importante, al quale è mancato soltanto l’oro. Che proietta in ogni caso gli Azzurri sul gradino più alto del podio, nella specialità del kumite, insieme alla Turchia. Peccato, perché il “PalaWojtyla” ha fatto da cornice a una Nazionale capace di esprimere un livello prestativo altissimo, sintomo di una continuità nei risultati sul piano internazionale della FIJLKAM davvero fuori dal comune. A raccontarci quanto sia stato virtuoso il percorso provvede Gennaro Talarico, elemento di raccordo tra il passato e la dimensione contemporanea della competizione. Oggi è l’allenatore dell’Italia, mentre “ieri” dominava i Giochi.

“Un risultato che ci rende tutti profondamente orgogliosi. Non solo perché il karate ha contribuito in modo concreto al grande risultato dell’Italia, cioè aver stravinto il medagliere (224 medaglie complessive, di cui 74 d’oro. La Turchia, seconda, ne ha vinte 111, con 41 ori: n.d.a.). Dietro ciascuna delle nostre sei medaglie, che assieme a un quinto posto significa aver portato sette su dieci in zona podio, c’è il lavoro quotidiano di un movimento intero fatto di strutture federali e settori in grado di operare con serietà e competenza: società sportive, insegnanti tecnici, gruppi sportivi, famiglie. Negli ultimi due anni circa abbiamo dimostrato continuità, qualità e capacità di essere vincenti in un contesto internazionale importante. Questo conferma il valore della nostra Federazione e ci indica la strada da seguire. Ovvero, continuare a costruire, investire nella formazione, nella programmazione tecnica, nell’organizzazione e nella crescita dei nostri giovani. I risultati sportivi sono fondamentali e diventano ancora più solidi quando poggiano su una Federazione capace di progettare, accompagnare e dare prospettiva…”.
Una piramide virtuosa
Se lo slogan coniato dagli organizzatori di Taranto ‘26 era “Abbracciamo il futuro”, allora dobbiamo necessariamente partire da una visione condivisa. Perché dietro la riconoscibilità del branding FIJLKAM c’è soprattutto il lavoro che accomuna ciascuna delle componenti federali: il coraggio mostrato dallo staff tecnico nel valorizzare gli atleti, associato alla qualità delle idee innovative portate avanti dai dirigenti, in primis il Presidente Federale, Gianni Morsiani, e quello di settore, Davide Benetello.

“C’è sempre una forte identità, che unisce l’intera filiera. Programmazione è la parola chiave. Basata sulla maggiore condivisione delle informazioni, tramite una raccolta di dati che passa attraverso un confronto strutturato nel corso della stagione. Per cui le decisioni sono frutto di uno scouting minuzioso, attraverso raduni collegiali o eventi tipo il Symposium. Per esempio, il croato Boran Berak, che ha disputato la finale nei 67 kg, si era preparato ai Giochi proprio partecipando agli allenamenti disputati a Lignano. Parliamo di occasioni che permettono di plasmare un metodo comune. Oltre a standardizzare i criteri con cui si osserva il talento. Capire se e su quali basi gli atleti siano migliorati nel tempo, valutandoli in momenti diversi dell’annata agonistica. Insomma, dare un riscontro scientifico alle loro performance, siano essi parte integrante del gruppo oppure potenziali convocabili nel prossimo futuro…”.
Nel complesso, appare evidente quanto siano gli atleti ad essere i protagonisti principali di un “sistema” che si autoalimenta, mantenendo altissimo il livello prestativo. Il motivo è semplice, tale da non suscitare alcuna recriminazione.

“Continuità e stabilità vanno di pari passo. Chi viene dalle giovanili magari deve un attimo assestarsi, perché dalla CNAG alla Seniores i cambiamenti tecnico-tattici non vanno trascurati. Personalmente mi lascio ispirare da un principio semplice: vado per tentativi ed errori, perché chi allena deve comunque sperimentare. Il punto è proprio questo: quando qualcosa non funziona, sono tutti pronti a chiedersi i motivi alla base del mancato funzionamento. Io invece preferisco partire da un angolo visuale diverso. Perciò, se taluni lavori hanno una efficace ricaduta applicativa, continuo a implementarli. Altrimenti, li metto tranquillamente da parte…”.
A proposito di strategie vincenti. La ricetta potrà sembrare banale, nella sua disarmante semplicità.
“Una metodologia che vuole stimolare la cultura del lavoro, veicolando il messaggio che le porte sono aperte a tutti. In tal senso, negli ultimi anni è cambiata anche la struttura dei seminari. Magari in passato ci si allenava in maniera congiunta, ma poi le società prendevano solo a tratti le informazioni utili alla crescita. Oggi i tecnici toccano con mano i metodi che ispirano l’attività agonistica di altissimo livello. E’ grazie al lavoro che si fa alla base, nelle rispettive società, seguendo pratiche comuni, che poi gli atleti evolvono. Insomma, l’ambiente della Nazionale non è impermeabile ai cambiamenti e alle sperimentazioni. Senza trascurare l’attenzione allo sviluppo di programmi individuali realizzati per migliorare le prestazioni degli atleti, esperti o meno!”.
Bari ‘97… che ricordi!

Neanche a farlo apposta, Talarico fu simbolo di un’altra rassegna disputata in Puglia. Nel giugno ’97, le sue tecniche chirurgiche scatenarono l’entusiasmo della città di Bari, teatro della XIII^ edizione di quella che a tutti gli effetti è una sorta di Olimpiade del Mediterraneo. Perché, con cadenza quadriennale, sul piano dei princìpi, diventa occasione di inclusione e confronto fra culture, nell’ottica della pace, della sostenibilità e della collaborazione fra i popoli. Senza trascurare l’assoluta validità, in termini di gloria sportiva, nel mettersi al collo una medaglia conquistata in una manifestazione così prestigiosa.
“Al momento, il karate è fuori dal programma olimpico, che rappresenta il sogno di una vita per ogni sportivo. Perciò, competizioni come i Giochi del Mediterraneo diventano una gara-obiettivo da non snobbare. Al contrario di altre discipline, dunque, nel karate partecipano i più forti. Per cui, hanno lo stesso livello competitivo di un Mondiale. In effetti, mancavano solo Giappone, Iran e Kazakistan, cioè paesi che per la qualità del loro kumite fanno da parametro di comparazione sul piano internazionale. Se più alto il livello degli atleti in gara, maggiore poi è l’equilibrio. Per cui, competere e battere i migliori atleti del pianeta rende la vittoria un evento eccezionale e irripetibile…”.

Ci sono karateka in grado di arricchire la storia della loro longevità agonistica, fatta di titoli conquistati ovunque, che nemmeno sanno quantificare numericamente, con gare destinate a rimanere nella memoria degli appassionati. Quella finale contro Michael Braun fotografa perfettamente l’andamento dell’intera carriera di Gennaro, caratterizzata da una elevata intelligenza tattica. Che associata alla proverbiale abilità nel gestire la distanza, gli consentiva di riuscire a sottrarsi dalle tecniche “tirate” dall’avversario, oppure cambiare angolo d’attacco. Qualità che rendevano Talarico un top player del tatami, in quel periodo. Probabilmente, furono proprio quelle skill ad annichilire il francese. In un torneo dall’alto tasso di adrenalina, dove completarono il podio nella -75 kg, il marocchino Ahmed Badouh e il greco Konstatinos Papadopoulos, che conquistò anche l’argento nella categoria Open, sconfitto in una finale tiratissima da un altro “mostro sacro” come Christophe Pinna.
“Braun era un mastino, cattivo agonisticamente. Un vero duro. Quella gara, ed in particolare, l’uramawashi che gli piazzai, vive nei miei ricordi. Resta una emozione indelebile. In certe gare, la gestione del tappeto, unita alle abilità tattiche, conta anche più della tecnica. Ecco, se posso far riferimento al mio passato da agonista, ripeto spesso ai miei allievi che battere sé stessi è più complicato dell’avversario di turno. Talvolta il nemico peggiore siamo proprio noi. Perciò non è mai facile ripetersi. Come Nazionale, giovanile e seniores, veniamo da Mondiali ed Europei dove abbiamo conquistato un mucchio di medaglie. Ciò vuol dire che la pressione sale sempre di più. Difficile confermarsi, o addirittura, fare meglio, considerando il livello altissimo raggiunto!”.
Tre argenti assai pesanti

Per commentare gli argenti di Erminia Perfetto (50 kg), Veronica Brunori (55 kg) e Silvia Semeraro (68 kg) bisogna innanzitutto liberarsi dal pregiudizio connesso al cd. “risultatismo”. Per cui, secondo i soliti superficiali, arrivare in finale equivale ad un vero e proprio cioccolatino da scartare. E qualsiasi risultato diverso dall’oro viene interpretato in maniera negativa. Niente di tutto questo può lontanamente essere immaginato in relazione alle loro prestazioni ai Giochi del Mediterraneo. L’obiettivo era confermare un trend: essere sempre al top delle classifiche. Indubbiamente, le “principesse guerriere” non sono stufe di podi e medaglie, consapevoli che il sacrificio per mettersele al collo passa anche nel dare valore alle piccole cose.
“Direi che per commentare la loro medaglia di argento si può ricorrere ad un paio di aggettivi: continuità e determinazione. Qualcosa che le accomuna nel percorso con cui si avvicinano generalmente all’evento agonistico. Consapevolezza dei mezzi tecnici, fiducia e disciplina ferrea nel prepararsi, fisicamente e mentalmente. Sono quanto di più lontano si può immaginare rispetto alle meteore sportive; cioè quelle che danno lucentezza immediata, abbagliano in una sola gara. Ma poi si spengono subito. Erminia è una stacanovista, lavora con uno zelo e un impegno straordinari. Silvia combatteva in casa, lei che è tarantina d.o.c., perciò il modo in cui si presentava a questi Giochi era un po’ l’ideale chiusura di un lungo cerchio agonistico. Tant’è vero che sulla spinta del pubblico, ha raddoppiato gli sforzi per arrivare in finale, senza sentire apparentemente il peso della responsabilità. E’ un treno, peccato solo per la finale contro l’egiziana Abdelaziz, sua rivale storica…”.

Talarico è avulso da certe dinamiche orientato a inutili recriminazioni, o peggio, vani piagnistei. Però non pochi commentatori sostengono che Silvia possa giustamente recriminare su un mawashi in uscita dal clinch non assegnato dalla video review, che avrebbe cambiato l’andamento del match.
“Partiamo da una considerazione: non parlo mai di malafede, piuttosto di errore. Purtroppo, una dinamica che nell’agonismo fa parte del gioco. Aggiungo che errori palesi restano nella memoria collettiva, ma se consideriamo la mole di lavoro sostenuta dagli arbitri ai Giochi, non sono stati poi così fatali. Non va trascurato un particolare: la qualità altissima dei contendenti e la mancanza pressoché assoluta di avversari materasso…”.
Accantonato con il proverbiale stile l’argomento arbitrale, forse un pizzico di rammarico rimane per l’andamento tenuto per tutto il torneo da Veronica. Incapaci di contrastarla, le avversarie, quasi ipnotizzate dalle movenze sul tatami dell’atleta delle Fiamme Azzurre.

“Veronica è tornata da protagonista – l’ultima gara era stata la Premier League di Roma – dopo un calvario durato cinque mesi, fermata da un doppio infortunio: prima la frattura del naso. Quindi, appena rientrata, la rottura del braccio. E’ feroce nell’approccio alla gara; nel senso che quando sta sul pezzo, non c’è n’è per nessuna. Difficile prenderla come bersaglio. Non a caso, ha battuto l’egiziana Youssef (6-0), già campionessa mondiale a Dubai, nel 2021, e la 20enne francese Silya Abdesselem, una giovane promessa del karate internazionale, che si sta affacciando con prepotenza sulla scena, con un inappellabile 9-0. Gli unici punti li ha subiti in semifinale, contro spagnola Ruth Couso (7-2), che forse non era dello stesso livello delle precedenti. Ho l’impressione che stando da un po’ fuori, inconsciamente, si è approcciata alla finale un po’ scarica!”.
Per la cronaca, tiratissima la finale contro Chaimae Elhayti, chiusa sul 3-2. Spettacolare l’andamento del match, con Veronica che va sotto (0-1) e ribalta il punteggio con due kizami micidiali. A 10” dalla fine, l’italiana infila un altro kizami, non assegnato dai clickers. Nel frattempo che Talarico richiede la video review, l’arbitro centrale è tardivo nello jame. E la marocchina pareggia di braccia. Avendo il senshu a suo vantaggio, alla ripresa, Veronica attacca disperatamente e viene nuovamente infilata.
Tre bronzi vinti con determinazione
Le fondamenta su cui poggiano le medaglie di bronzo messe al collo da Luca Maresca (67 kg), Alessandra Mangiacapra (61 kg) e Daniele De Vivo (75 kg). Sono frutto di un concetto semplice: uomini e donne che indossano l’azzurro non mollano mai. Per cui riescono a ricostruire vantaggi competitivi in virtù di una feroce determinazione. Anche nel momento in cui tutto pare perduto. Ecco che la sconfitta non è timore di ridimensionamento. Bensì, slancio per rinnovare la propria ambizione.

“Prendiamo Luca. Il campione europeo in carica non intende arrendersi alla carta d’identità. Anzi, malgrado l’età, in questa fase del suo ciclo vitale sembra attraversare una nuova giovinezza. Probabilmente, nell’ultimo biennio ha cambiato qualcosa rispetto alla solita routine. Stimoli diversi e nuove consapevolezze lo stanno spingendo. Sfumata la possibilità di arrivare in fondo, ha trovato la forza di andare a medaglia con la solita cattiveria agonistica. L’incontro con Baliotis è il migliore degli spot per veicolare un messaggio positivo al pubblico trasversale, non solo alla nicchia degli appassionati: il karate agonistico è perfetto per certificare grinta, applicazione e rispetto delle regole. Cosa non da poco per uno sport da combattimento…”.
Adrenalinica come poche la finalina del “capitano” azzurro contro il greco, conclusa 11-9. Sul 6-3, con Luca in apparente totale controllo della gara, Baliotis piazza un uramawashi con gamba anteriore e pareggia (6-6). Da lì in avanti, un’alternanza di punti messi a segno prima da uno e poi dall’altro. Con il punto decisivo segnato a 7” dal termine dal “poliziotto”.
“Alessandra ha abbassato solamente per un attimo la soglia dell’attenzione, venendo punita ai quarti dall’egiziana Rahma Tolba. Ma si è parlato poco di come poi abbia superando nella finale la francese Monica Arzumian, fresca vincitrice della Premier di Rabat: una “ragazzina” – appena diciottenne – con un futuro radioso, difficile da decodificare con quelle leve lunghe e scioltissime, e un uramawashi con la gamba davanti che va su una bellezza. Alessandra l’ha sorpresa con il classico kizami di rimessa. Dimostrando di essere ampiamente a suo agio nei 61 kg, peso che aveva già fatto in passato, prima di scendere nella 55 kg per scelte societarie!”.
Tre Top momentaneamente ai box
Paradossalmente chi il podio l’ha mancato rappresenta il termometro della bontà dell’Italia in termini di rosa assai equilibrata. Dove convivono un nucleo di profili esperti, con la competitività ed il rispetto che si deve a risorse già dominanti a livello di ranking WKF.
Chiusa al primo turno la prova di Clio Ferracuti (+68 kg), per la quale sfuma anche la possibilità del ripescaggio. La campionessa europea in carica ha affrontato la Cekic in un incontro molto equilibrato, concluso 8-7 in favore della turca. Matteo Fiore (84 kg) s’è fermato ai quarti contro il numero uno della categoria, Badawi. La successiva sconfitta (contestatissima…) dell’egiziano in semifinale ha chiuso qualsiasi possibilità di ripescaggio.

“Credo che a livello internazionale siano davvero pochi i pesi massimi talentuosi come Clio. Le volte che riesce a esprimersi con serenità dimostra quanto sia rapida, nonché dotata di una straordinaria mobilità articolare. Fiore ha pagato indirettamente un errore arbitrale evidente, quello che ha decretato la clamorosa la sconfitta di Badawy contro il libico Aboudabus …”.
Percorso fino alla finalina, invece, per Matteo Avanzini (+84 kg), che ha iniziato la sua gara battendo il macedone Stojanoviikj, prima di arrendersi ai quarti all’esperto egiziano Mahmoud. Tatticamente, Matteo imposta il combattimento, attaccando e chiudendo immediatamente in clinch, per evitare un repentino contrattacco. Ma l’egiziano l’ha obbligato a riadattare questo approccio. Non a caso, gli ha infilato tre kizami identici, da rubargli il tempo. Ripescato grazie all’assenza per infortunio del kosovaro Shabani: non un vantaggio, perché poteva essere l’occasione, contro un avversario ampiamente alla sua portata, di creare fluidità e tarare le distanze, lui che sviluppa il suo kumite, variandolo in modo dinamico, per trarre maggiori benefici dalla mismatch. Una cosa è il riscaldamento nel warm-up, ben altro le letture in gara. Il “finanziere” si è poi giocato il bronzo contro il turco Aktas. La finale è stata una sfida tiratissima, ricca di ribaltamenti. Subito due mawashi chudan lo mandano 0-4. Quindi la rimonta, fino al 5-4. Gli ultimi dieci secondi sono tiratissimi, tra proteste e video review. Con Matteo che si è lamentato anche di qualche comportamento ai limiti della scorrettezza.
“Avanzini sta attraversando un periodo particolare, fatto di piccoli infortuni e inconvenienti vari. Per un atleta del suo livello, con un calendario ricco di impegni, significa partecipare a quattro/cinque eventi importanti non in maniera ottimale. Dobbiamo rimetterlo in carreggiata in questi mesi che ci separano dai Mondiali in Cina…”.
In sostanza, Clio, e i due “Mattei” continueranno a essere il centro di gravità di questo gruppo, avendo ancora enormi margini di crescita. Volti eloquenti e riconoscibilissimi attorno a cui convergeranno le strategie dello staff tecnico della Nazionale.
Cosa ci riserva il futuro
In tema di futuro, Talarico ha le idee abbastanza chiare.
“Il propellente più forte è la serenità con cui lavoriamo, senza doverci preoccupare di argomenti diversi che non sia il bene del karate. Tutti orientati verso un obiettivo comune, dagli uffici dei dirigenti, fino al magazziniere o il custode che ci apre e chiude il palazzetto: siamo sulla stessa barca, pur avendo ciascuno compiti diversi. Però remiamo in simbiosi, nella medesima direzione. Anche quando c’è vento di burrasca. Questo non significa che talvolta non ci siano momenti di confronto. Ma ci si scontra per incontrarsi e continuare a crescere assieme…”.

Doveroso concludere con uno sguardo sul concetto di ringiovanire l’organico azzurro. Che significa, senza giri di parole, pure rischiare. Emblematico l’esempio del 21enne Christian Sabatino (60 kg), unico “civile” della spedizione, la cui avventura s’è conclusa al primo turno, eliminato dal greco Christos Stefanos Xenos. La scelta di Angelo Crescenzo di cambiare categoria ha messo l’Italia davanti a una decisione fisiologicamente improcrastinabile: scovare un erede all’Olimpico di Tokyo. La transizione aveva trovato in Danilo Greco il naturale sostituto, ma un infortunio ha suggerito di cambiare, in forza del principio secondo cui viene convocato chi sta meglio, e sta attraversando il momento di forma migliore. Situazioni del genere alimentano decisioni audaci. In effetti, i tecnici della Nazionale hanno rovesciato una prospettiva talvolta abituale, affidandosi a un atleta che non appartiene a un Gruppo Sportivo (Christian è tesserato con l’Urban Karate Team di Sarno). Nondimeno, Sabatino ha già raggiunto risultati eccezionali, tipo il primo posto nella tappa di Rabat, in Premier League.
“Si è ritagliato uno spazio a questi livelli, riuscendo a massimizzare il suo potenziale anche lontano dalle squadre militari. Anche se aveva già fatto parte dei gruppi aggregati in qualità di sparring in precedenti collegiali con la Nazionale. Ha dimostrato una disponibilità straordinaria ad alzare l’asticella delle sue ambizioni, in cambio della medesima considerazione riservata a chi pur non essendo formalmente un professionista, dimostra con impegno e risultati di meritare la convocazione. Il difficile viene adesso, perché meritare la maglia azzurra in pianta stabile è una grossa responsabilità. E accomuna sia chi deve mantenerla, che chiunque volesse riconquistarla…”.

In definitiva, i Giochi non lasciano l’amaro in bocca, nonostante all’appello manchi l’oro. Magari è stato omesso qualcosina, specie quando taluni match richiedevano maggiore lucidità. Eppure, nell’entourage della Nazionale non c’è quella sensazione agrodolce, tipica dell’occasione perduta, che inevitabilmente potrebbe accompagnare il bilancio conclusivo della manifestazione. Perché, avendo dimostrato di avere un’identità fortissima, i risultati maturati a Taranto ’26 possono trasformarsi nel propellente in vista delle sfide del prossimo futuro. A cominciare dai Mondiali a Squadre Seniores, in programma a Hangzhou, in Cina, dal 20 al 22 novembre.
“Le settimane che verranno saranno caratterizzate da numerosi incontri interforze, cui parteciperanno i potenziali azzurri, nonché alcuni prospetti. Parlavamo di una sorta di piramide del talento; un rapporto quasi simbiotico tra la CNAG, ed in particolare, le categorie U21 e Juniores, con la Nazionale. Fiore, Avanzini e Daniele De Vivo sono l’esempio concreto del graduale inserimento dalle giovanili alla Seniores. Hanno iniziato ad annusare in maniera graduale cosa significasse stare con i più grandi. Fino a ritagliarsi il loro spazio. Del resto, la concorrenza stimola, spinge a stare sul pezzo. Obbliga a dimostrare di essere costantemente performanti. I vecchi non devono sentirsi sicuri del posto, i nuovi vogliono mettersi in evidenza, per garantirsi le medesime opportunità!”.
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