Silvia Semeraro è sicuramente tra le migliori karateka di questa epoca. Per il livello delle sue prestazioni, nonché per il posto che occupa in pianta stabile da anni nel ranking WKF: generalmente, sempre ai primissimi posti. Uno dei pilastri su cui ha costruito il suo successo rimane la versatilità. Infatti, usa in maniera fluida tutte le tecniche. Perché, al netto di una fisicità dominante, ha un timing davvero eccelso. Di conseguenza, accorcia o allunga la distanza, senza dare punti di riferimento all’avversaria di turno. Insomma, se le abilità tattiche sono funzionali per gestire lo spazio, non vanno nemmeno trascurate le letture difensive mai passive, che associate alle sue finte illeggibili, le consentono di imbastire azioni in contrattacco rapide e velenose. Talmente impattante, per dinamismo e qualità nei fondamentali, da meritarsi il nickname di “belva umana”.
“Un soprannome che esprime il mio modo di essere sul tatami, aggressiva e ferocemente determinata. Non mi è mai piaciuto perdere, ma quello è il lato sportivo. Che però non rispecchia appieno la mia personalità. Nel privato, infatti, non mi vergogno di avere delle insicurezze, tantomeno dimostrare dei momenti di fragilità…”.
Il racconto della sua carriera rientra nella classica narrazione dell’atleta che sboccia grazie a una indubbia affidabilità. Percorso tipico di ogni Top Player che si rispetti, in grado di convertire la determinazione nel carburante utile ad alimentare l’etica del lavoro, fino a diventare un vero diamante.
“Mio padre e mia madre hanno fatto un mucchio di sacrifici per supportarmi. Papà ha praticato karate, quindi nei miei riguardi aveva sempre un occhio critico maggiore. Magari aveva capito che avessi del talento, ma il suo modo di spronarmi poi ha contribuito ad alimentare la mia voglia di lavorare. Canalizzava nella giusta direzione le mie energie, accompagnandomi anche fuori regione, affinché potessi migliorarmi, attraverso gare e allenamenti condivisi con altre realtà tecniche. Esperienze che stimolavano la voglia di crescere e confrontarmi, anche con sparring diversi. Scambiando addirittura con i ragazzi. Quando ero una ragazzina non nascondo che la prendevo un po’ sul personale. Pensavo che non gli andasse mai bene niente di quello che facessi. Non capivo che il suo atteggiamento era invece una profonda manifestazione di amore. Chiaramente, quando sono cresciuta, la comunicazione tra noi ha assunto un valore completamente diverso…”.

Esteticamente, vederla combattere è una gioia per gli occhi. In questo tipo di atteggiamento gioca un ruolo imprescindibile la grande lucidità che l’accompagna fuori e dentro il tatami. Nelle strategie con cui imposta il combattimento, ma anche nelle scelte di vita. Supportata continuamente dai suoi affetti più cari.
“Mi preme ringraziare innanzitutto la mia famiglia per il loro costante sostegno. Vitale in talune scelte. Per esempio, quando decisi di lasciare il Centro Sportivo dell’Esercito. Non avevo mica il posto garantito alle Fiamme Oro. Solo successivamente si concretizzarono le condizioni per entrare in Polizia. Eppure non mi fecero mai pesare il fatto che stessi lasciando la sicurezza del lavoro. E poi sono stati fondamentali per trasmettermi determinati valori, tipo saper apprezzare le piccole cose. All’inizio della mia carriera l’estetica contava poco o nulla; per cui andavano bene pure i karategi prestati o le protezioni riciclate!”.
Stima, rispetto e riconoscenza
Silvia ha cominciato a macinare grandi risultati, costruendosi innanzitutto una solida fama a livello nazionale. A Siracusa, nell’edizione 2014 del Campionato Italiano, da debuttante tra le Seniores, conquista subito il primo posto nei -68 kg. All’epoca, appena 18enne, “difendeva” ancora i colori della società dove aveva cominciato a tirare i primi calci e pugni: il Centro Sportivo Teodoro Monteparano. Chi ha memoria di quel giorno ricorda che fu una finale tiratissima (3-2) contro Lorena Busà.
“Per me fu un esordio unico, al tempo stesso, emozionante e spettacolare. Da esordiente, entravo in punta di piedi, anche con una leggera spregiudicatezza. Ricordo che fu un confronto bellissimo, perché Lorena era già un’atleta esperta e titolata. Inoltre, tirava in casa. E poi conoscevo il suo sostrato tecnico, essendo figlia di un Maestro che stimo tantissimo, e sorella di Luigi. Insomma, gli stimoli non mancavano. E ne venne fuori una bella finale…”.

Da lì in avanti, la tarantina cannibalizzerà la categoria. Piazzandosi puntualmente sul podio e mettendosi al collo altri 4 ori. La capacità di ragionare con chiarezza deve averla ispirata, non facendole mai prendere nessuna avversaria sotto gamba. Lo sanno bene Asia Staglioli (2018), Pamela Bodei (2019), Sofia Ferrarini (2022) e Marena Juncosa Piacquadio (2026).
“Non mi sento arrivata; uso un neologismo, e dico che «appoltronarsi» non è il giusto atteggiamento. Personalmente, non ho mai sottovalutato chiunque mi trovassi davanti, tantomeno accontentata. Credo che il tatami sia l’unico giudice in grado di parlare. Confrontarsi con avversarie sempre nuove rappresenta uno stimolo continuo. Io sono cresciuta scambiando, tra le altre, con Sara Cardin, Giorgia Gargano, Laura Pasqua e Greta Vitelli. Ed ero curiosa di apprendere, nel senso di rubare qualcosa dal loro bagaglio tecnico, semplicemente guardando atlete mai appagate. Capaci di veicolare una feroce voglia di imparare: le prime a salire sul tatami per un allenamento, e le ultime a lasciarlo…”.
Dunque, non è tirare di gambe o braccia con una perizia quasi chirurgica a fare la differenza. Sono ben altre le qualità che spostano gli equilibri.
“Un agonista deve avere la consapevolezza che può perdere. Ma le volte che vince, è necessario che lo faccia a testa alta. Con rispetto, per sé stesso e gli avversari. Perciò bisogna avere fame, non cularsi mai sugli allori e continuare a spingere, Oltre a essere riconoscenti, perché ci sono dei contesti in cui taluni non hanno nulla, oppure hanno poco. E quindi lavorano con una voglia di riscatto anche superiore per affrancarsi da quella situazione!”.
Tokyo per entrare nella Storia

Chissà se nel destino della Semeraro era scritto dovesse perseguire uno dei progetti più ambiziosi che un atleta possa mettere nel mirino: i Giochi di Tokyo. Un sogno realizzato grazie al secondo posto ottenuto nel Pre-Olimpico di Parigi del 2021, che schiudeva le porte del Giappone alle prime tre classificate. Un passo alla volta ha affrontato le sue avversarie, chiudendo il torneo di qualificazione con un’unica sconfitta, contro la svizzera Elena Quirici, rientrando nell’alveo ristretto dei “fenomeni” ammessi alla prima storica partecipazione del karate sotto l’egida dei Cinque Cerchi.
“Confesso che al Torneo di Parigi ho toccato l’apice dello stress: gara secca da dentro o fuori. Dov’era necessario andare a podio, in un contesto dove il livello competitivo era altissimo, con la presenza di altre atlete affamate e fortissime. Ringrazio Savio Loria, che in quel periodo mi ha fatto da coach, aiutandomi sul piano tecnico-tattico, nonché nella gestione della pressione emotiva. Andavo ad allenarmi a Torino, dov’ero sostanzialmente sola: ambiente nuovo non conoscevo nessuno. Savio, dimostrando una sensibilità che trascende il semplice scambio di esperienze di tatami, mi ha trasmesso con grande generosità le sue conoscenze. Permettendomi di esprimere liberamente il mio kumite, dinamico ed estroso. Senza dimenticare i meriti dello staff di fisioterapisti FIJLKAM. Mi hanno rimesso in piedi nell’arco di venti giorni dall’infortunio al collaterale…”.

Peccato che poi la sua avventura si fermi agli incontri del girone eliminatorio. Silvia chiude al terzo posto la sua pool con due vittorie e due sconfitte, mancando l’accesso alle semifinali per un solo punto. Silvia regola 4-3 la giapponese Uekusa nel primo incontro del raggruppamento. Quindi incappa in due sconfitte consecutive, con la kazaka Berultseva (1-5) e l’azera Zaretska (2-3), prima di ritrovare il successo contro Hocaoglu Akyol (battuta 9-4) nel quarto e ultimo match, caratterizzato da un vistoso taglio alla testa, per cui furono necessari addirittura due punti di sutura. In effetti, nel tentativo di rimontare, la turca, le sferrò un colpo ai limiti del regolamento, procurandole una ferita. L’immagine dell’azzurra ridotta a una maschera di sangue, che dimostrando un coraggio davvero encomiabile, volle comunque continuare stoicamente il combattimento, avvolta da una vistosa fasciatura, fu una tra le più iconiche di quella Olimpiade.
“I medici volevano farmi ritirare, ma gli ho detto che mi sarei presa tutta la responsabilità di continuare a combattere. Bastava che mi medicassero e poi fasciassero. Ho dato tutto, perché sentivo di rappresentare non solo l’Italia e la Federazione. Bensì, tutte le donne che non erano riuscite a qualificarsi, nonché chi ha fatto da sparring, garantendo un contributo importante per la riuscita della spedizione olimpica. Mi resta un piccolo rammarico, perché nel computo totale non sono riuscita a conquistare l’accesso al girone che avrebbe portato alle medaglie per un solo punticino. Ma in una manifestazione del genere si deve incastrare ogni piccolo particolare. Non dimentichiamoci che eravamo in piena pandemia, con il palazzetto vuoto, le distanze da rispettare e l’obbligo delle mascherine. Vero è che nel match con la Zaretska potevano darmi un paio di tecniche andate a bersaglio, forse non viste dal gruppo arbitrale!”.
Team Italia, un gruppo speciale

A proposito di appuntamenti internazionali multidisciplinari, cadenzati in modo quadriennale, Silvia deve avere un certo feeling con tali eventi, avendo conquistato l’oro sia agli European Games (Giochi Europei, che comprendono competizioni di alcuni sport non inseriti nel programma delle Olimpiadi), nel 2019 a Minsk. Che ai World Games (Giochi Mondiali) di Birmingham, disputati l’anno successivo a Tokyo. Anche qui ricorrono le “solite note”: in Bielorussia, batte in finale (5-1) la Zaretska; mentre in semifinale aveva superato (4-1) la Quirici. In California, invece, la “regina guerriera dell’Azerbaijan” deve arrendersi in semifinale (3-1). Con l’austriaca Buchinger arginata senza patemi nell’atto conclusivo (4-1).
“Sicuramente con le mie rivali c’è una grande stima reciproca. Sono contenta quando le becco in gara, specialmente se in qualche occasione precedente ci ho perso. Non è tanto un senso di rivalsa, quanto il termometro per parametrare se il lavoro intrapreso dopo quella sconfitta risulta efficace…”.

In uno sport sostanzialmente individuale, il concetto di squadra acquisisce un valore particolare. Il Team Italia di kumite è profondamente democratico, poiché si poggia sulla relazione speciale tra ciascuno dei suoi membri, perfettamente integrati tra loro nonostante le differenze individuali. Nessuna forma di egoismo, quindi. È questa la chiave di lettura più semplice: le Azzurre non si comportano da “soliste”. Anzi, credono nell’obiettivo comune e in princìpi morali ad esso connesso. Per anzianità di militanza in Nazionale, Silvia, assieme a Clio Ferracuti, sono un po’ le chiocce di una rosa giovane, ma già ricca di talento. Essere una veterana equivale a essere quasi infallibile.
“Da veterana, invece, bisogna essere elastica e saper ascoltare. Sento la responsabilità di tramandare il concetto di gruppo, come in precedenza hanno fatto con me. Solo così è possibile realizzare un vero connubio tra le giovani, che spingono con il loro entusiasmo, le volte in cui magari noi più esperte abbiamo meno energia da spendere. D’altro canto, in virtù della nostra esperienza, teniamo costantemente alto il ritmo, incitandole a dare sempre il massimo. Lo stimolo è reciproco, perché se tiri senza mai risparmiarti, dai il meglio in ogni allenamento. E’ una questione di rispetto. Personalmente, ho sempre avuto questo approccio, anche quando in passato non ero designata per partire con il gruppo, ma avevo semplicemente il ruolo della sparring…”.
Considerando che nel gruppo da cui attingere le convocate, nel corso degli anni, ci sono state altre potenziali star, non si spiega il motivo per cui l’Italia al femminile abbia scalato la piramide del karate internazionale, fermandosi tuttavia a un passo dall’oro. E pur meritandosi ciclicamente un posto fisso nell’empireo delle più forti, ha dovuto fare continuamente i conti con nazionali che disponevano di atlete assai performanti nello stesso periodo. Perciò, si è dovuta accontentare di 1 argento e 4 bronzi agli Europei, oltre al bronzo ai Mondiali di Dubai ’21.

“Forse è mancata un po’ di attenzione nei momenti cruciali. Non parlo di errori grossolani, ma di quel pizzico di cinismo in più. Dettagli che fanno la differenza; chessò, una distrazione o un momento di stanchezza. D’altronde, nelle competizioni a squadre saliamo in tre sul tatami, e ciascuna deve essere brava a non lasciare scorie alle altre, dando il meglio di sé, ascoltando i consigli del coach. Insomma, c’è bisogno di equilibrio, per non mettere a repentaglio l’obiettivo comune. Se guardo alle nostre medaglie, credo che non ci sia tutto questo divario con la concorrenza. Perciò continuiamo a lavorare: testa bassa e ambizione, per capire come limare le differenze che potrebbero portarci all’oro. Un risultato che però non ci ossessiona…”.
Lo sport è fatto di occasioni. Lo sa bene Silvia, che pure individualmente, in “maglia azzurra”, ha inseguito con passione autentica un risultato eclatante, mancando o solamente sfiorando il gradino più alto del podio. Arrivando a conquistare, in ogni caso, 3 bronzi agli Europei e 1 argento Mondiale. Tutti coronati da prestazioni tecnicamente solide e granitiche per la personalità riversata sul tappeto di gara.
“Il kumite ha tante sfaccettature, e come ogni sport da combattimento, presuppone preparazione fisica e tecnica. Oltre a precisione e controllo. Non va trascurato poi il tempo: 3’ sono un margine in cui devi dare tutto, rispettando i parametri imposti dal regolamento per avere assegnati i punti in funzione dell’area bersaglio colpita. Detto, questo, conosco il mio potenziale: nonostante gli infortuni, continuo ad allenarmi. Divertendomi, ma con la solita applicazione e determinazione!”.
Ginocchio ballerino, anima di acciaio

Non è raro che un’atleta professionista incontri sul suo cammino la fantomatica sliding door. Ovvero, un momento che indirizza fortemente la vita, facendole prendere una piega inaspettata. Ecco quello che è successo a Silvia: nel marzo ’23 si infortuna durante il riscaldamento pre-finale bronzo agli Europei. Un banale spostamento determina la torsione innaturale del ginocchio, e la rottura del legamento crociato. Vince, al netto del dolore, contro la francese Agier.
“Il primo pensiero fu di rabbia, qualcosa del tipo «ho sudato tanto per arrivare fino a qui, perché è capitata proprio a me?». Anche in quella occasione mi presi la responsabilità di fare la finale, con il ginocchio fasciato. Fui costretta a cambiare guardia, e forse proprio quell’accorgimento tattico, non per scelta consapevole, ma obbligata dall’infortunio, mise in difficoltà la francese. Facevo scaricare la Agier e poi entravo, con una energia triplicata rispetto all’ipotesi in cui fossi stata sana…”.
Allora, l’aspetto motivazionale non va affatto trascurato. I sei mesi successivi la segnano inesorabilmente, costringendola ad affrontare un duro percorso di recupero. Minandole magari le certezze, mai l’autostima. Un periodo complicato, superato soltanto in virtù di inossidabile tenacia.
“Dietro le quinte nessuno vede la perseveranza che ci vuole per tornare da un infortunio del genere. Andare contro le proprie paure, ricominciare quasi a imparare a camminare, come se fossi tornata a essere una bambina. In primis, riabilitare il gesto motorio: movimenti, contromovimenti e finte. Parimenti, convincere la mente che puoi tornare a eseguirli con la medesima sicurezza di prima. Quindi, subire leve e spazzate sull’arto operato, sopportare nuovamente i traumi da contatto. Lo stile del mio kumite, nonostante i 68 kg, resta dinamico; caratterizzato da rapidità e scioltezza con le leve lunghe…”.
Però la caparbietà l’ha riportata sul tatami. La rinascita era stata preannunciata con il quinto posto ottenuto a Parigi, nella prima Premier League del 2024. Una manifestazione – quella che mira a riunire l’élite della World Karate Federation, riservata ai primi 32 atleti per categoria – dove può vantare un palmares complessivamente invidiabile (6 ori, 4 argenti e 3 bronzi).

“Comunque ero posizionata in alto nel ranking, nonostante i mesi di forzata lontananza dalle gare. Avevo una fame di tatami, mi era mancato terribilmente combattere. Mi sono detta che non avevo nulla da perdere. All’inizio ero un po’ rigida, tesa fisicamente, come se il cervello ed il corpo andassero a velocità diverse. Ma poi mi sono sciolta, trovando progressivamente tranquillità…”.
Così, un paio di mesi dopo, con la solita cattiveria agonistica che l’accompagna, torna in zona podio, conquistando una medaglia di bronzo carica di significati ad Antalya (Turchia), nel secondo appuntamento del circuito Karate 1 della stagione. Un copione già visto in precedenza: batte la Agier, prima di cedere alla Quirici in semifinale. Sconfiggendo poi la greca Konstantina Peppa nella “finalina”. Non c’è che dire: una notevole iniezione di fiducia; al contempo, un riconoscimento all’ineguagliabile spirito di sacrificio con cui ha superato l’ennesima sventura.
“Amo le sensazioni che veicola la Premier League. Tra l’altro, un anno non ho vinto il titolo di Grand Winner, che viene conferito a chi termina la stagione agonistica al primo posto della classifica generale del circuito di ogni singola categoria di peso, per una quarantina di punti complessivi!”.
Taranto, il posto del cuore

Silvia, ai Giochi del Mediterraneo di Taranto, aveva gli occhi del pubblico puntati addosso. Ergo, si è tuffata a capofitto in questa ennesima avventura, che significava non solo incrociare i guantini con avversarie contro le quali ha dato vita a intense rivalità radicate nel tempo: sfide diventate ormai un classico per la categoria. Ma anche rispolverare mentalmente l’oro di Tarragona (Spagna) nel 2018, conquistato contro la turca Eltemur. E l’argento di Orano (Algeria), nel 2022, nella finale persa contro l’egiziana Feryal Abdelaziz, medaglia d’oro Olimpica a Tokyo 2020.
“Ho lavorato tutta l’estate per essere pronta per i Giochi. Troppo ghiotta l’opportunità di ricambiare alla mia famiglia ed ai miei amici il tempo che mi avevano dedicato. L’agonismo talvolta è logorante, porta con sé delle sofferenze, ma dopo, alla fine del tunnel, arrivano tanti momenti belli. Perché quel che conta davvero è lo spirito, mica il colore delle medaglie…”.
In sostanza, Taranto significava tornare nel posto dove la storia personale della Semeraro ha avuto inizio. Del resto, è nata lì e resta il luogo dove si sente completamente a suo agio. Spinta dal pubblico di casa, ha portato il suo karate a un livello di efficienza che raramente si era visto prima, inanellando tre prestazioni eccezionali, con cui è volata in finale. Un percorso da protagonista. Negli Ottavi vince 8-1 sulla Qerimi (Kosovo). Ai Quarti 3-0 con la solita Eltemur. In Semifinale regola 3-2 la croata Becirovic.

“Venivo da un periodo con poche gare a medaglia, specie all’estero. Per cui, giocando in casa, era l’occasione per rinascere. Onestamente, non mi aspettavo tutto quel tifo con cui sono stata accolta. Ho disputato delle eliminatorie da paura, spettacolari. Se tentennavo, o non trovavo la giusta distanza, l’entusiasmo della gente diventava la miccia per accendermi e innescarmi. Una euforia contagiosa, che mentalmente poteva sovraccaricarmi. Quindi, andava gestita…”.
Peccato che si sia fermata a un passo dal sogno, perdendo (0-2) la finalissima al cospetto della Abdelaziz.
“L’egiziana ha un atteggiamento tattico talvolta snervante: addormenta il match, rispetto ai miei canoni tradizionali, che preferisco le variazioni di ritmo e l’intensità, piuttosto di attendere l’avversaria. In ogni caso, questa esperienza mi ha arricchito, al di là dell’argento da appendere. Riparto da me, consapevole che posso dare ancora tanto al karate, canalizzando il mio impegno verso nuovi obiettivi. L’intenzione, come karateka e donna, rimane quella di veicolare sempre un messaggio positivo. Ovvero, affrontare le battaglie più dure con lo spirito giusto per superarle!”.
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