Dopo la delusione col Belgio e il riscatto contro la Turchia, probabilmente Roberto Mancini cercava conferme dalla Francia per capire se la “sua” Italia potesse ambire a un posto tra le fuoriserie della Nations League, piuttosto che accontentarsi del ruolo da outsider. Ovviamente, la sfida di Parigi decuplicava il coefficiente di difficoltà, rispetto alla sconfitta maturata all’esordio. Nondimeno, allo Stade de France, la Nazionale ha dimostrato personalità. Oltre a tracce di quel calcio propositivo che tanto piace al c.t.: senza le parate di un Donnarumma monumentale, autore di almeno cinque interventi salvifici, forse gli Azzurri non riuscivano a pareggiarla.

Ma il punticino resta meritatissimo. E’ ancora presto per pensare di aver superato tutti i problemi che ci hanno costretto a guardare gli ultimi tre Mondiali comodamente dalla tv. Però questo gruppo comincia a palesare una identità ben precisa.

Coraggio e tridente vero

Il progetto tecnico-tattico incentrato sul 4-3-3 sembra incanalato sulla strada giusta. Funziona l’attacco; un tridente reale, con Pio Esposito in posizione di centravanti, Kean adattato sulla destra. Dunque, fuori dalla zona che preferisce. E Sebastiano Esposito come esterno di sinistra. In mezzo al campo, Tonali in veste di playmaker garantisce quella fluidità nel giropalla impossibile da pretendere, per esempio, dal debuttante Romano, giustamente “rimandato” dopo il Belgio. Decisamente troppo acerbo, il cagliaritano, per pensare di gestire i flussi senza pagare dazio.

Mentre Frattesi e Fagioli ai fianchi del metodista si sdoppiano, interpretando egregiamente entrambe le fasi. Cioè, collaborando nella costruzione della manovra. Del resto, il giocatore della Fiorentina, meno incursore rispetto a Barella (portato per indole a svuotare la mediana), è chiaramente più spendibile come palleggiatore aggiunto, in virtù delle abilità nel dialogare sul corto coi compagni. Oppure assorbendo le transizioni difensive. Specie nelle occasioni in cui Olise e Dembelé si scambiavano di ruolo, muovendosi tranquillamente alle spalle dei centrocampisti. Una volta ricevuta palla, i Galletti potevano guardare in avanti e puntare la linea difensiva. I meriti, se una situazione potenzialmente pericolosa, generata dalla mancata rotazione delle mezzali azzurre, non ha prodotto effetti nefasti, vanno ascritti alle letture di Bastoni, bravo a rompere la linea e accorciare in avanti, disinnescandone gli inserimenti.

L’intensità nel possesso della Francia, cha ha mostrato in maniera inequivocabile la volontà di occupare stabilmente i cinque canali verticali del campo, spinge l’Italia a una maggiore cautela, evitando di pareggiare i riferimenti in pressione. Mancini, invece, sceglie di privilegiare un approccio orientato alla prudenza, convertendo per larghi tratti della partita il 4-3-3 in un 4-5-1, con blocco medio o basso che permetteva di fare densità nell’ultimo terzo. Eppure, non c’è stata alcuna passività. Anche perché da certi momenti oggettivamente difficili i ragazzi del Mancio sono usciti fuori con giocate virtuose.

Tipo l’apertura diagonale da distanza siderale di Frattesi, in grado di aprire una voragine sulla destra, esplorata con gambe e polmoni da Kayode. La struttura organizzativa della Francia era collassata, subendo il contropiede: una soluzione, quella di ribaltare il fronte, non estemporanea. Bensì studiata. Idonea a certificare che il terzino del Brentford rappresenta una bella novità, poiché assicura quel lavoro in ampiezza, associato alle scorribande in fascia ogni qual volta l’esterno offensivo gli libera un varco, stringendo centralmente. Cosa che ormai Di Lorenzo fa veramente poco, preferendo allinearsi ai centrali per impostare a tre.

Vergara esordiente sfacciato

Pur subendo il ritmo imposto al match dagli uomini di Zidane, l’Italia ha sfruttato con continuità la fluidità posizionale. Prima di Sebastiano Esposito, quindi dell’ottimo Vergara. Nient’affatto timido, il napoletano, che ha messo in evidenza la sua sfacciataggine: nessun timore nel tentare la rifinitura azzardata, nonostante la totale inesperienza a livello di Nazionale. L’uno e l’altro capaci di fornire alla squadra giocate interne di assoluta qualità, spostandosi nelle more delle tasche difensive dei transalpini.

In questo scenario tattico sembrava che il possesso si dipanasse più attraverso un 4-3-2-1, dove gli esterni offensivi si atteggiano a sottopunte, strette e vicine tra loro. Così da sostenere da vicino Pio Esposito, oltre a riceverne le sponde.

Insomma, il lavoro di Roberto Mancini è all’inizio. Appena tre partite, magari andate comunque oltre le più rosee aspettative, sono un campione rappresentativo troppo esigui per trarre conclusioni. Tuttavia, i quattro punti ottenuti tra Turchia e Francia restano prestazioni dalle quali il commissario tecnico saprà trovare spunti di riflessione e ispirazione per proseguire nel suo lavoro.

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