Un’arringa pesantissima. “L’11 novembre 2020, Maradona era una bomba a orologeria. Se ne sono liberati e lo hanno portato in quella casa dove, 14 giorni dopo, è morto”: al Tribunale di San Isidro è iniziata, con l’arringa finale del procuratore Patricio Ferrari, la fase conclusiva del processo sulla morte del Pibe de Oro avvenuta il 25 novembre 2020. Dopo oltre 40 udienze e 103 deposizioni fra imputati e testimoni da aprile ad oggi, l’accusa (alla presenza – tra gli altri – delle figlie di Diego Maradona, apparse più volte commosse e con le lacrime agli occhi) ha ribadito che il Diez è morto a causa di una cattiva assistenza medica durante il ricovero domiciliare. Secondo Ferrari, la casa del quartiere San Andrés di Tigre dove era stato portato Maradona non disponeva delle condizioni necessarie per accogliere un paziente con quella complessità medica.

La descrizione di quella casa è obiettivamente da brividi. “Non c’erano guanti, garze, una flebo, una cassetta di pronto soccorso, un defibrillatore, un’ambulanza né nulla di ciò che avevano promesso. Era il vuoto assoluto, quella casa non aveva niente”, le parole del procuratore, secondo il quale gli imputati conoscevano le condizioni di salute dell’ex calciatore e, nonostante questo, hanno optato per un ricovero domiciliare che non disponeva delle condizioni necessarie. “È stata una situazione che si è sviluppata con il passare dei giorni – ha insistito Ferrari -. La Commissione medica interdisciplinare è arrivata alla conclusione che Maradona non era un uomo sano morto improvvisamente, ma un paziente con una gravissima complessità medica. Una delle conclusioni è stata che la morte era evitabile e che l’assistenza medica era inadeguata”. Il procuratore ha parlato di un “gruppo di dilettanti che ha dimenticato in ogni momento di avere a che fare con un paziente vulnerabile e complesso”. Dopo Ferrari, ha preso la parola anche l’altro procuratore, Cosme Iribarren, che ha ricordato tutto i precedenti medici e le patologie di cui soffriva Maradona e soprattutto il momento in cui vide il corpo del Diez il 25 novembre 2020: “Quell’immagine sarà indelebile”. Ora toccherà agli avvocati delle parti civili e poi a quelli delle difese dei sette imputati che rischiano condanne dagli 8 ai 25 anni di carcere.

Alla fine, Ferrari ha chiesto la condanna a 12 anni di reclusione per il principale imputato, il neurochirurgo Leopoldo Luque, che guidava lo staff medico incaricato di vegliare sulla salute di Maradona. Il pm ritiene che il neurochirurgo che lo aveva in cura sia responsabile del delitto di omicidio con dolo eventuale aggravato dalla sua condizione di medico e dal vincolo di amicizia. Si tratta della condanna più pesante invocata dal pm, che ha chiesto invece 8 anni di reclusione nel caso della coordinatrice dell’assicurazione sanitaria Swiss Medical, Nancy Forlni, e della psichiatra Agustina Cosachov, sempre per il delitto di omicidio semplice. Chiesti cinque anni invece per lo psicologo Carlos Diaz e quattro per l’infermiere Ricardo Almiron e il suo capo, Mariano Perroni, ritenuti colpevoli di omicidio colposo. Per il pm è invece da scagionare il medico clinico Pedro Di Spagna, “l’unico che ha fatto quello che doveva fare e che non aveva potestà di decisione sulle condizioni di degenza della vittima”.

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