di Michele Vidone
È stato raggiunto in Sisac un accordo integrativo all’Accordo collettivo nazionale della medicina generale, necessario per consentire l’avvio delle Case di comunità entro il 30 giugno, termine previsto dal Pnrr. L’intesa è stata però firmata soltanto da due organizzazioni sindacali, la Fimmg e la Fmt, che rappresentano complessivamente circa il 60% dei medici di medicina generale. Lo Smi e lo Snami hanno invece deciso di non aderire.
Lo Smi ha motivato il proprio rifiuto sostenendo che il nuovo accordo modificherebbe in modo sostanziale il rapporto di lavoro dei medici di famiglia, introducendo l’obbligo di svolgere fino a sei ore settimanali nelle Case di comunità. Secondo il sindacato, questa previsione avvicinerebbe la figura del medico convenzionato a quella di un lavoratore subordinato, senza però riconoscere le tutele tipiche del lavoro dipendente, come malattia, ferie garantite e ammortizzatori sociali.
La segretaria generale dello Smi, Pina Onotri, ha inoltre criticato il fatto che turni e attività sarebbero determinati dalle aziende sanitarie, riducendo l’autonomia organizzativa dei medici e aumentando i carichi di lavoro. Il sindacato ritiene che modifiche così rilevanti debbano essere sottoposte a una consultazione approfondita degli iscritti prima di essere accettate.
Lo Smi sostiene di aver proposto soluzioni alternative per garantire il funzionamento delle Case di comunità senza introdurre obblighi generalizzati e avverte che il nuovo assetto potrebbe favorire prepensionamenti e abbandoni della professione, aggravando la carenza di medici di famiglia. Per queste ragioni ha deciso di non firmare l’accordo.
