Al contrario di altre organizzazioni, storicamente assuefatte allo sgradevole principio della referenzialità, troppo spesso cioè basate su una forma di autocelebrazione, funzionale però a focalizzarsi esclusivamente sulle proprie idee, la FIJLKAM difficilmente ignora il contesto esterno. In tal senso, le parole di Cristian Verrecchia, dal 2017 allenatore della Nazionale di kumite (combattimento a contatto controllato, n.d.a.), sono frutto di una lucida consapevolezza: attualmente il karate italiano domina la scena, specie a livello internazionale. A testimoniarne il dominio assoluto concorrono i risultati dei Campionati Europei di Francoforte: Italia prima nel medagliere, inanellando ben 9 podi totali, tra cui 7 ori, 1 argento e 1 bronzo. En plein nel kata a squadre, maschile e femminile; la terza vittoria consecutiva dei ragazzi del kumite. Nonché quattro ori, un argento e un bronzo, nelle gare individuali.

E’ stata sicuramente una grande soddisfazione. Anche perché eravamo primi nel medagliere già al termine delle gare individuali; quindi maggiore la sorpresa nel vedere la classifica parziale, ancora prima della giornata dedicata alle squadre. Nel complesso, difficile migliorare un risultato simile; in futuro dovremo necessariamente alzare gli standard prestativi per mantenerci su questo livello di eccellenza…”.

Difficile parlare di questo strapotere senza toccare in senso più ampio la mission federale, che sul piano organizzativo fa da volano a valori culturali e morali impossibili da misurare solamente attraverso i risultati maturati sui tatami. Insomma, nelle vittorie degli Azzurri vediamo il riflesso del “Made in Fijlkam”: podi vari e medaglie assortite, infatti, sono attribuibili anche al serbatoio di competenze e saperi, che contribuiscono a costruire un modello di riferimento vincente.

Indubbiamente, pesa l’eccellente lavoro svolto finora da Davide Benetello in seno alla WKF. Ma tutta l’organizzazione federale contribuisce a ottimizzare i risultati. Prendiamo, per esempio, l’approccio agli Europei. Gli azzurri hanno preso parte a tutte le tappe della Premier League. Insomma, il principale circuito di gare a livello internazionale ha fatto da percorso di avvicinamento rispetto all’obiettivo dei campionati continentali. Mi preme sottolineare l’indispensabile supporto di ogni Gruppo Sportivo nell’investire sul circuito della Premier, in special modo nelle tappe in cui la Nazionale non partecipava, tipo Istanbul o Leshan. Innegabile che questo sostegno abbia permesso agli azzurri di non perdere terreno rispetto agli avversari. La conseguenza è evidente: gli azzurri hanno mantenuto una qualità nelle prestazioni altissima, che ha trovato il suo epilogo nei risultati maturati a Francoforte. A proposito di Premier: l’edizione di Roma ha ulteriormente alzato l’asticella in termini di pianificazione e preparazione di un evento del genere. Per cui fa piacere sentire i complimenti dei colleghi stranieri, i loro feedback estremamente positivi sulla location del PalaPellicone, ideale, per dimensioni e funzionalità degli spazi, a ospitare sport da combattimento. Tutto ciò rappresenta un successo innanzitutto gestionale per la Federazione!”.

Esempi ingombranti e responsabilità azzurre

La formazione paterna in materia di intensità e agonismo (nell’81 il papà Alfonso, suo primo Maestro, aprì un corso nel teatro della Chiesa di Mombello, instillando in Cristian la passione per il karate), l’hanno prima ispirato, poi convinto semplicemente a resistere quando gli obiettivi diventavano sfuggenti.

Non è stato semplice il nostro apporto: per un genitore può apparire complicato formare, attraverso il ruolo di insegnante. Ma anche essere allievo del proprio padre innesca delle dinamiche poi difficili da gestire. Diciamo che la prima parte della mia carriera, fino a quando non mi sono arruolato in Polizia, è stata caratterizzata dalla voglia di far breccia nel cuore del Maestro. Una benzina che mi alimentava costantemente, dandomi stimoli maggiori”.

D’altro canto, è inevitabile lasciarsi prendere da un pizzico di frustrazione nel guardare gli altri dalla parte meno nobile del podio, nelle fasi della carriera in cui, con l’Italia, provava a mettersi al collo l’oro. Del resto, certe fotografie – per esempio, il doppio bronzo ai Campionati Europei Juniores di Madrid ’94, nei 70 kg e con una squadra in cui, agli ordini di Roberto De Luca e Vito Simmi, cominciavano a brillare promesse tipo David Lanna, Edgardo Artini e Lugi Salzillo -, immortalano alla perfezione l’imprevedibilità delle gare.

Considero comunque dolce il sapore del mio esordio in azzurro: perdemmo la semifinale contro i padroni di casa della Spagna. Anche nell’individuale, affrontare il francese Michaël Braun in semifinale non mi favorì. Comunque, per me erano le prime medaglie conquistato a livello internazionale, perciò preziose, al di là del colore”.

Nella testa di Cristian devono farla da padrone le sfumature, condizionate anche dal contesto in cui viene inserito. In effetti, a rendere a suo modo speciale l’edizione dell’anno successivo, a Bratislava, arriva ancora un argento a squadre, con l’Italia fermata in finale ancora dalla Spagna (“Senza trascurare un piccolo particolare: prima di partire per la Slovacchia, dovemmo rinunciare a David Lanna, infortunato. E nella semifinale contro la Francia, Salzillo si ruppe il naso. Per cui, in finale, schierammo un peso leggero per coprirne la defezione…”). Per la cronaca, è un Europeo Juniores dove, nella categoria dei 70 kg, contemporaneamente a Verrecchia, stavano emergendo il belga Junior Lefevre o lo spagnolo Iván Leal. Per il kumite dell’epoca, diventeranno presto autentiche leggende.

E come non rammaricarsi per il risultato degli Europei Seniores ’99, che si svolsero a Calcide, sull’isola di Eubèa. Facile affermare che quella spedizione in Grecia meritasse qualcosa di diverso, con un team in grado di annoverare personaggi iconici del calibro di Franceso Ortu, Daniele Simmi, Gennaro Talarico, Davide Benetello, Savio Loria e Simone Genocchio.

Forse quella squadra avrebbe meritato qualcosina in più. Di quella trasferta ricordo in particolare che affrontammo l’Azerbaigian. Non era ancora la squadra di Aǧhayev, si stavano affacciando in quel momento sulla scena internazionale: molto combattivi e forti fisicamente!”.

Orgoglio Fiamme Oro, titoli e appartenenza

Dettaglio teoricamente marginale, nel frattempo, Cristian andava in copertina con le Fiamme Oro. D’altronde, ha trascorso una vita in organico al G.S. Polizia di Stato, mai ai margini di un progetto buono a rafforzare la connessione con “colleghi” fortissimi, capaci di collezionare negli anni un numero impressionante di podi, a squadre e individuali, generando al contempo un ineguagliabile spirito d’appartenenza. Quel gruppo, che annoverava tra i suoi pilastri Simone Genocchio, Francesco Miele, Enzo Melpignano, Emanuele Baldassarri, Michele Scotto, Filippo Magagnato e Giuseppe Di Cuia, riesce a consacrarsi anche tra i migliori d’Europea, mietendo grandi successi internazionali, tra cui l’argento alla Coppa del Mondo per Club.

Devo riconoscere che avevamo formato un bel gruppo. Va considerato che alla fine degli anni ’90 era possibile svolgere il servizio militare obbligatorio, in qualità di ausiliario nella Polizia. E poi magari raffermarsi. Molti sono entrati così, io stesso e altri colleghi karateka. Nel 2005 cambia la struttura dei reclutamenti. Con gli arruolamenti differenziati, cioè riservati ad atleti riconosciuti di interesse nazionale dalla federazione e dal CONI, si è alzata notevolmente l’asticella, perché i risultati pretesi, sotto forma di titoli sportivi e curricula agonistici, diventano determinanti per entrare”.

Sono le stagioni in cui Verrecchia sviluppa una sorta di brand identity nei 70 kg. La sua presenza agli Assoluti diventa sinonimo di medaglia assicurata, in combattuti “derby di giubba” con Marco Funaro, oppure tirando contro i “cugini” della Finanza (Corrado Ferrara, Alessandro Lancione, Giuseppe Di Domenico, Ivan Salerno) e dei Carabinieri (Walter Maddoni, Yuri Schiavoni, Claudio Della Rocca). Con l’intrusione di qualche civile: su tutti, il napoletano Mario Cicchella.

Per caratteristiche tecniche, la categoria dei pesi medi rappresenta il giusto mix tra agilità e potenza esplosiva. Credo che in quegli anni, e con la concorrenza che c’era nei 70 kg, avesse un peso specifico non indifferente la componente caratteriale. Nel senso che la strategia di gara imponeva di fare i conti con un regolamento assai diverso da quello attuale. Era ammesso il cd. «skin touch», ovvero controllare i colpi in relazione all’area bersaglio. Ma spesso le tecniche arrivano a segno. Insomma, altro che leggero contatto epidermico: i colpi arrivavano e si facevano pure sentire…”.

Nemmeno il tempo che passa sembra rendergli giustizia. Cosa forse più importante, ne trasforma il modo di combattere, suggerendogli di salire di peso. Uno switch utili a mantenere il bisogno di sentirsi vivo, piuttosto che sospeso, tra passato e futuro. Nel 2006 è argento negli 80 kg (“Ho cambiato la categoria dopo il matrimonio; avevo già cominciato ad allenare e il tempo per prepararmi in funzione delle gare era marginale rispetto a quello che cominciavo a profondere con continuità ai miei allievi…”), fermato soltanto da uno scatenato Alessandro Nardi, in un PalaRuffini completamente ristrutturato per le Olimpiadi Invernali di Torino. La sintesi perfetta di una carriera bellissima si cristallizza a Lecce, nel 2009. E’ la sua ultima uscita da agonista.

Confesso che quel campionato italiano l’ho preparato di nascosto, allenandomi nei ritagli di tempo che non dedicavo ai miei atleti. A loro non avevo detto niente circa le mie reali intenzioni. Spesso approfittavo della pausa pranzo, e della collaborazione di amici che si prestavano per farmi da sparring. La verità è che volevo onorare il mio 35esimo anno, limite oltre il quale, almeno in Italia, non è più consentito combattere. La 90 kg poi era l’unica categoria in cui non avevo atleti in gara. La cosa simpatica è che all’epoca non c’era il sistema di registrazione telematica attraverso Sportdata. Per cui, fino al momento in cui venni chiamato dallo speaker, riuscii a mantenere il segreto. Ricordo che stavo facendo da coach a Manuele Iacobucci, seduto sulla sedia, con la tuta d’ordinanza e sotto indossavo il karategi!”.   

Ecco il momento in cui l’agonismo si trasforma nella perfetta metafora della vita reale. Se alterna momenti belli e brutti, il segreto per sopportare entrambi sta nell’andare sempre avanti, avendo fiducia nei propri mezzi, continuando a lavorare con applicazione e determinazione. Quella giornata fantastica viene perciò incorniciata dal bronzo conquistato nei 90 kg: all’atto della premiazione, riceve il premio alla carriera da parte della Federazione, mentre il pubblico gli tributa una doverosa standing ovation.

Guantini al chiodo e Direzione Tecnica

Da lì in avanti Verrecchia mette a disposizione del Gruppo Sportivo il suo bagaglio di esperienze in qualità di allenatore, affiancando Cinzia Colaiacomo nella conduzione tecnica, fino al 2 Maggio 2024, quando gli è stata affidata la Direzione del settore karate.

Quello è stato un giorno speciale, dove ho realizzato un sogno, grazie anche al sostegno della mia famiglia, oltre alla fiducia di chi mi ha lasciato in eredità un settore pieno di campioni: tutt’ora una buona fetta di karateka in forza al gruppo sono stati arruolati sotto la direzione di Cinzia Colaiacomo. Alle spalle, ovviamente, c’era un minuzioso lavoro di scouting. Ma anche grosse intuizioni, in cui Cinzia era maestra. Ecco, devo riconoscere che in questi anni ho cercato di affinare questa dote specifica. Un esempio su tutti? Nel 2017 Michele Martina vince il Campionato del Mondo Under21 di Tenerife, nei 75 kg. L’anno dopo, avemmo la percezione che avrebbe potuto salire di categoria. Infatti, divenne Campione d’Europa Seniores a Novi Sad, nei -84 kg…”.  

Negli ultimi anni le Fiamme Oro stanno letteralmente cannibalizzando i podi. Ci sono riuscite sfruttando le competenze di chi in passato era stato un top player nella sua specialità. Mentre adesso è passato nei ranghi tecnici. Quando hai la possibilità di sfruttare le conoscenze tattiche, associate alle abilità nei fondamentali, di alcune tra le figure più iconiche di sempre del karate contemporaneo (Roberta Sodero, Sara Battaglia, Selene Guglielmi, Michela Pezzetti, Alfredo Tocco e Ciro Massa) non puoi certamente esimerti dallo sfruttarne il know how.

Indubbiamente, un grande aiuto arriva dal sistema organizzativo della Polizia di Stato, che garantisce un futuro agli ex atleti una volta smessi i panni dell’agonista, consentendogli di rimanere all’interno dello staff tecnico. Magari cominciando il percorso da allenatore prima nelle sezioni giovanili. Una consuetudine che permette di fare la giusta gavetta, e al contempo, ottimizza le nostre risorse, senza disperdere quel bagaglio valoriale in termini di esperienza acquisita sul tatami…”.

Valutando l’impatto complessivo che hanno avuto sull’ambiente, diventa impossibile non considerare il ruolo di volano avuto poi in ottica Nazionale. Nel contesto degli Europei s’è fatta sentire la dimensione globale delle “giubbe blu” aggregate alla spedizione italiana, diventate attori principali dell’edizioni tedesca. Ad affascinare, soprattutto, l’oro strappato da Terryana D’Onofrio alla stella nascente del kata, la spagnola Paola Garcia Lozano. Associato alle prodezze compiute nel kumite da Clio Ferracuti (+68 kg) e Luca Maresca (67 kg), capaci di sbaragliare la concorrenza e aggiudicarsi il titolo continentale. Senza dimenticare il bronzo conquistato da Erminia Perfetto, nei 50 kg.

In questa lista aggiungerei anche due della quattro ragazze che formavano la squadra di kata – Elena Roversi e Orsola D’Onofrio -, arruolate proprio in corso d’opera, ovvero, durante l’Europeo. Direi che questi risultati non sono affatto casuali, ma frutto di una visione. Ho sempre sostenuto questa teoria: gli atleti forti di un gruppo sportivo, quelli chiaramente che praticano sport da combattimento, debbano lavorare assieme. E non arruolati e poi lasciati ad allenarsi nelle società di appartenenza. Se sei stato scelto, presumibilmente, equivale a certificare che sei tra i migliori nel tuo club. Però poi devi uscire dalla comfort zone. Praticare quotidianamente tutti assieme diventa uno stimolo non indifferente, poiché vedi il compagno spingere, e ti lasci trasportare dall’entusiasmo. Oltre che dalla voglia di emularlo per non rimanere indietro!”.

Interpretare il doppio ruolo di coach, nello staff della Nazionale e come responsabile del G.S. della Polizia di Stato, diventa una questione di mille fattori. Perché il mondo dell’agonismo cambia e si evolve continuamente. E diventa complesso gestirne le molteplici sfaccettature. Quindi confrontarsi con atleti di altissimo profilo necessità di un mucchio di attenzioni dal punto di vista fisico e mentale, oltre che squisitamente tecnico-tattico.

Lo scambio arricchisce l’atleta; la possibilità di rubare dagli altri contribuisce ad alzare notevolmente il livello prestativo. Ma stimola anche l’acquisizione di nuove competenze metodologiche nei tecnici. Rispetto al passato, abbiamo cambiato un po’ la tendenza. In tal senso, uno dei motivi che hanno decretato il successo della Premier League di Roma è stato un riuscitissimo «Camp Training». Abbiamo organizzato per la prima volta una serie di incontri congiunti prima di una manifestazione tanto importante, riservato esclusivamente agli iscritti alla tappa romana, dove molti degli atleti che si sarebbero poi sfidati al PalaPellicone si allenavano insieme, creando un ambiente unico, ricco di armonia e serenità. Vero è che talvolta, prima di un evento del genere, qualcuno si risparmia o addirittura nasconde. Personalmente, sono molto attento alle dinamiche che si sviluppano nel pre-gara. Spesso preferisco stazionare nel warm-up per osservare le fasi di attivazione e l’approccio all’evento agonistico”.

Futuro roseo e presente dominante

Meno male che la rosa delle Fiamme Oro è profonda, con un talento variegato, in cui coesistono, grazie ad un grande affiatamento, vecchi e giovani. Ormai Vincenzo Pappalardo, nel kata maschile, è il principale contender di Alessio Ghinami. Laddove nel kumite continuano a farla da leader, Rosario Ruggiero o Alessandra Mangiacapra, tornata a conquistare il titolo italiano dopo il passaggio nella 61 kg. Inoltre, sarebbe folle dubitare di Federico Supino e Sofia Onori, freschi “scudettati”, rispettivamente nella Under21 e nella Juniores. In definitiva, stiamo parlando di un cocktail micidiale, tra veri fenomeni del tatami, affiancati da profili comunque assai temibili. Magari non sempre dominanti; nondimeno forti abbastanza per garantire la loro versione migliore quando conta davvero.

Il segreto? Uno dei cavalli di battaglia della nostra politica impone di svolgere almeno un paio di volte a settimana allenamenti congiunti tra i ragazzi della sezione giovanile ed i professionisti del Gruppo Sportivo. I primi si abituano al concetto di sacrificio. Si realizza così un vero transfert esperienziale, importantissimo per educare le nuove generazioni a reggere la doppia seduta o sopportare carichi di lavoro più intensi. Perché i grandi conoscono una sola marcia; cioè tirano con la massima energia, anche lontano dalle gare…”.

Il futuro appare dunque roseo Un merito particolare va proprio alla Sezione giovanile, cui è deputato il compito di promuovere l’attività a livello agonistico tra i karateka di domani, reclutando ragazzini e ragazzine talentuosi, così da monitorarne i miglioramenti. Un lavoro adatto a gestire crescita e patrimonio tecnico in vista di una potenziale carriera sportiva. Ma non solo.

In effetti, la ratio non è improntata esclusivamente all’agonismo. Le sezioni giovanili producono un ineguagliabile bagaglio valoriale in termini di attaccamento alla maglia. Indossare i colori della Polizia genera orgoglio, ma impone responsabilità. Anche semplicemente comportarsi con rispetto all’interno di una palestra situata nei locali di una caserma. E’ un investimento sul futuro, perché non tutti diventeranno campioni. Però acquisiranno concetti tali da plasmarli come adulti consapevoli, in grado di relazionarsi con il mondo…”.

Quindi non c’è da stupirsi se ai recenti Campionati Italiani Assoluti le Fiamme Oro hanno conquistato il primo posto, grazie a squadre fortissime, nel kata e nel kumite, tanto con le donne, quanto con gli uomini.

Appena terminata la carriera agonistica, ho cominciato ad allenare nella sezione giovanile di karate. Lavorare con le classi di età in fase evolutiva ti impone di approfondire un mucchio di argomenti che magari da atleta trascuravi un po’. Io ho vissuto in prima persona la necessità di studiare, in funzione di un graduale approccio tecnico. Seguire per esempio i protocolli del Prof. Aschieri sullo sviluppo psico-motorio dei giovani praticanti, il gioco e l’alfabetizzazione motoria. Con atleti di prima fascia, invece, cambia radicalmente l’approccio. Per periodizzare la stagione nel miglior modo possibile bisogna collaborare con uno staff di professionisti; relazionarsi con nutrizionista, preparatore atletico e mental-coach. Insomma, c’è la consapevolezza di doversi fidare di tutte queste competenze, perché l’atleta è un diamante con tante sfaccettature!”.

Marpioni, leonesse e seconda giovinezza

A proposito di “vecchi marpioni”, quando hai Silvia Semeraro, Michele Martina e Luca Maresca non c’è tempo per esperimenti o ripensamenti: con loro vai sul sicuro. Vuol dire vincere senza timore di essere schiacciati dal peso delle aspettative. Agli ultimi Campionati Italiani, Silvia ha conquistato un altro primo posto; l’ennesimo “scudetto” messo in bacheca, sconfessando chi pronosticava l’emergente Marena Juncosa Piacquadio (Urban Karate) in grado di crearle scompiglio o imbarazzo. Discorso a parte merita il “peso massimo”. Sempre protagonista nei +84 kg, Michele conferma la tradizione che vuole gli italiani primeggiare in una delle categorie più difficili del circuito, giocandosela ad armi pari con i due “Matteo” delle Fiamme Gialle: Avanzini e Fiore.

 Diciamo che la loro concorrenza è salutare, in quanto si stimolano a vicenda…”.   

Che dire, invece, di Maresca? Classico atleta che parla poco e vince molto, il 32enne sta vivendo una seconda giovinezza, accantonando per il momento qualsiasi ipotesi di ritiro dalle scene. Un lusso, poterlo schierare, nel club di appartenenza o con la “maglia” dell’Italia, che Verrecchia può concedersi in virtù dell’attenzione maniacale alla preparazione fisica, abbinata a una indiscutibile cultura del lavoro, che Luca non lesina mai. In teoria, il tempo che scorre inesorabile sarebbe un limite per chiunque volesse rimanere in pianta stabile nell’élite. Ma non per lui, in grado di aggirarlo sudando duramente in palestra.

Luca è un atleta fantastico, generosissimo. Con una cultura del lavoro enorme. Un esempio per i compagni, ai quali non fa mai mancare una parola di conforto o qualche consiglio sempre utile. Se è mentalmente tranquillo si esprime al massimo delle sue potenzialità. Questa serenità l’ha raggiunta innanzitutto fuori il tatami. Abbiamo predisposto un piano di lavoro per cui, fino al giovedì, è in sede ad allenarsi con noi. Quindi, torna a Napoli, vicino ai suoi affetti. Infatti, collabora con la sezione giovanile di Caivano, dove ormai è il beniamino dei bambini, che sono entusiasti di averlo sul tatami con loro…”.

L’unica soluzione che gli permette di sopportare stoicamente il logorio di una lunghissima carriera. Perciò quest’anno si è rimboccato le maniche, voglioso di dimostrare di essere ancora quello che aveva già vinto il prestigioso premio di Grand Winner della Premier League nel 2013 e nel 2014, quando spadroneggiava nei 60 kg. Non a caso, ha dimostrato una costanza nell’arco dell’intera stagione, decisiva per ottenere il riconoscimento come miglior atleta della sua categoria in questo 2026. I risultati ottenuti quest’anno del principale circuito agonistico mondiale targato WKF ne legittimano il diritto a indossare il karategi con il ricamo dorato sulle spalle durante la Premier League dell’anno prossimo.

Sul piano sportivo, che aggiungere: da gennaio ad oggi è stato protagonista agli Europei con la Nazionale, agli Assoluti con le Fiamme Oro. A certificare la bontà del suo percorso, ben quattro medaglie in Premier. Il bronzo nelle tappe di Istanbul e Roma, l’argento a Leshan e un altro bronzo a Rabat!”.

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