Napoli e Udinese non avevano nulla da chiedere, dopo l’aritmetica qualificazione in Champions strappata una settimana fa dai padroni di casa e la salvezza raggiunta da tempo dai friulani, scesi al Maradona esclusivamente per difendere il proprio onore. Magari per loro era solo una mera questione di piazzamento. Vero è che gli azzurri dovevano tenere a distanza il Milan, nonché cristallizzarsi dietro l’Inter Campione d’Italia. Dunque, era presumibile immaginare che avessero ancora voglia di lottare per blindare il secondo posto. Perciò ne è uscita una partita capace di dare risposte tutt’altro che dissonanti rispetto ai pronostici della vigilia, che lasciavano presagire il classico match di fine campionato.
Fuori subito Alisson Santos, tocca a Politano

Probabilmente Conte conosce troppo bene i pericoli insiti in gare che sulla carta sembrano assolutamente sotto controllo: in apparenza, per vincerle, non devi far altro che lasciar trascorrere il tempo, e palleggiare. Tant’è che Lobotka non forza mai la verticalizzazione. Anzi, onde evitare di ingolfare il possesso, spesso ricicla il pallone all’indietro per andare sul sicuro. Poi da lì spetta ai centrali trovare un pertugio per imbucare, favorendo la progressione dell’azione. Che diventa ancora più semplice le volte che si alza lateralmente Di Lorenzo, con conseguente scivolamento verso la trequarti avversaria di Politano. A maggior ragione dopo l’uscita per infortunio (problema muscolare al flessore) di Alisson Santos al 7’, che sposta i flussi del gioco decisamente sulla destra.
Ecco che la squadra partenopea prova a tenere palla con continuità nella metà campo altrui per mettere sotto pressione i bianconeri, grazie al numero 21. Che è fatto così: quando si ricorda di non essere nato “quinto”, salta il dirimpettaio nell’uno vs uno. Talmente automatico affrontare Zemura che le gambe rispondono con naturalezza allo stimolo, per cui Matteo esegue il movimento senza alcun indugio appena si apre alla massima ampiezza. A quel punto, la sua tecnica rappresenta l’enigma da risolvere: largo a destra si trasforma nel fulcro creativo, se vede l’opportunità di puntare. La situazione peggiore per un difensore, che non deve avere esitazioni; al contempo mantenersi lucido, onde evitare di compiere errori. Questa consapevolezza produce spettri inaspettati in Zemura: preoccupato di fare meno danni possibili, cerca inavvertitamente l’anticipo quando basterebbe assorbire gli strappi.
Del resto, il Napoli ha un modo particolare di attaccare. Spesso passa per i corridoi intermedi. Là l’iniziativa è affidata alle corse di Elmas o alle conduzioni di McTominay, che scompaginano la struttura difensiva predisposta da Runjaić. Il macedone, passato nel frattempo a occupare lo slot di trequarti sinistro, e lo scozzese, pongono dubbi attraverso inserimenti (anche senza palla) improvvisi e inaspettati, in grado di garantire un ulteriore sbocco al possesso. Controintuitiva la facilità con cui McTominay satura la porzione di campo dietro Karlstrom e Piotrowski. Oppure Elmas lo spazio tra Kristensen ed Ehizibue, mettendo in difficoltà la scalata in catena, quasi sempre in ritardo nell’assorbire il movimento.
De Bruyne inventa, Hojlund finalizza

Poiché nel calcio tutto è concatenato, se il Napoli non riesce a capitalizzare il lavoro sulle fasce con la necessaria brillantezza, così da scovare una smagliatura nello spazio tra difesa e centrocampo, invece di deteriorare la qualità del palleggio, la corona in virtù di uno sviluppo più diretto, evitando che la partita si converta in una camminata sui carboni ardenti. D’altronde, la fase di non possesso degli ospiti era caratterizzata dall’idea di rimanere compatti, scalando collettivamente in zona palla. Oltre a essere incisivi con scivolamenti in uscita a livello individuale.
Allora, per rispondere alla densità dell’Udinese, orientata ad appiattire la manovra offensiva, gli uomini di Conte tentano di trovare linee di passaggio geniali per Hojlund, che ha intuito come tenere costantemente in apprensione Kabasele, spostandosi sempre alle sue spalle, con la classica postura che gli consente di appoggiarsi, facendo perno sul marcatore. Quindi, ruotargli attorno, per tagliarlo fuori, sul modello del pivot nel basket. Sono ben poche le scelte da compiere in questa circostanza, perché il centravanti interpone il corpo a protezione dell’attrezzo e solo sfiorarlo, o peggio, allungare la gamba a caccia del tackle, causerebbe danni inenarrabili.
Che il danese abbia ormai assunto un peso importante sulla trequarti lo si capisce da vari dettagli. Per esempio, come si associ con De Bruyne, influenzando l’occasione del vantaggio azzurro. In effetti, la soluzione dell’imbucata visionaria con cui KDB attiva Hojlund, sorprendendo l’intera retroguardia friulana, vale da sola il prezzo del biglietto. A tal proposito, l’ex Manchester City ha donato una discreta fluidità al possesso perimetrale, caratterizzando tutta la sua partita con tocchi educati e sopraffini.
Ripresa in gestione, aspettando i saluti

Nel secondo tempo, gli uomini di Conte hanno gestito il pallone, consapevoli di poter amministrare cronometro e punteggio senza sforzarsi più di tanto. Pur non disdegnando qualche ripartenza in transizione, non capitalizzata per un pizzico di pigrizia nella rifinitura: 45’ in cui l’attitudine del Napoli al possesso funzionale a creare spazi, o difendersi in maniera attiva, cioè facendo girare il pallone, era abbastanza evidente.
Una sorta di lunga passerella in attesa del fischio finale, utile per salutare protagonisti e comprimari di questa stagione. Su tutti, si sono distinti Gilmour, bravo a non scomporsi; dinamico e propositivo nel farsi vedere in zona luce, oltre ad alzare il ritmo quando annusava la sensazione che l’Udinese volesse cacciare la testa nella metà campo partenopea. Una citazione doverosa va fatta a un impeccabile Juan Jesus. Non erano sufficienti i lanci lunghi per sorprenderlo; tantomeno Davis è riuscito a metterlo a disagio quando aggrediva la profondità. Circostanze in cui il brasiliano palesava reattività nel tackle immediato o nello scappare all’indietro a copertura, affinché nel finale il Napoli non si esponesse alle blande iniziative bianconere.
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