Selene Guglielmi ha vissuto un mucchio di vite, tutte pienissime: con le Fiamme Oro e in Nazionale s’è resa protagonista di tante storie affascinanti, in grado di ispirare, come donna e atleta. Le sue imprese sul tatami l’hanno consacrata come uno dei talenti più puri della sua epoca, attraverso una naturale capacità creativa, che la rendeva spettacolare e costantemente al limite.
Sapeva muoversi con fluidità, togliendo la distanza, per rilocarsi poi rapidamente nella posizione ideale. Una sapiente gestione tattica dello spazio, dunque, che gli permetteva di trovare il bersaglio con estrema facilità. In quel kizami d’autore o nella scintilla improvvisa di un mawashi c’era il segreto per punire un’avversaria disattenta o sbilanciata. Sarebbe però un errore derubricare la dimensione del suo kumite a mera aggressività. Forse perché non dava mai l’impressione di forzare le tecniche. Al contrario, lasciava semplicemente che scorressero, senza alcuna apparente difficoltà.
La narrazione attorno al tuo personaggio non è mai stata semplice: ti hanno etichettata come una che si piaceva un bel po’. Ma forse le interessava meno piacere agli altri o andare a caccia di consensi generalizzati. Ti riconosci in questo identikit caratteriale?

“Mi considero una persona egocentrica. Per cui rivedo questo aspetto della mia personalità in quel modo di fare karate, orientato sempre a una certa eleganza. Sviluppato con coraggio, sia con le gambe, che nell’uso delle braccia”.
In qualità di membro dello staff della Nazionale Giovanile, uno dei compiti più difficili è evitare che si possano auto-sabotare, per inesperienza o foga di bruciare le tappe. L’età talvolta li rende inquieti e imprevedibili, sul tatami e fuori. Si flirta molto con l’arte della diplomazia, o se qualcuno deroga dalle regole bisogna essere taglienti?
“Credo di essere un tecnico abbastanza rigido; un aspetto del mio ruolo comunque orientato al loro processo di crescita e formazione. Tant’è vero che mi accusano bonariamente di non dire mai loro che sono stati bravi. Sostengono che guardi con attenzione prevalentemente alle cose che non vanno. Lo faccio per stimolarli continuamente: voglio che si concentrino sugli aspetti da migliorare. Tenerli, per così dire, nei ranghi, fuori e dentro il tatami, è lo strumento che uso per cercare di spremere il potenziale insito nel loro talento. Anche se riconosco di avere a che fare con ragazzi dotati di grande voglia di applicarsi”.
Investigando il tuo modo di essere coach, come si trova il giusto equilibrio tra l’essere esigente, magari pure un pizzico severa, e poi smussa qualche spigolo e farsi seguire dai tuoi allievi/e?
“Ovviamente, la rigidità cui facevo riferimento è relativa ai momenti legati all’allenamento. Poi mi piace comunque costruire un legame a livello emotivo. Stabilire una forte connessione ti fa entrare in confidenza. Instaurare un rapporto improntato alla fiducia; approfondire pregi e difetti di chi è affidato alle tue cure, consente di conoscere profondamente il carattere della persona, prim’ancora dell’atleta. Tutte situazioni che rendono poi molto più produttivo il lavoro quotidiano in palestra”.

In generale, preferisci facciano cose semplici, però fatte molto bene, cioè curando minuziosamente i dettagli tecnico-tattici. Oppure vuoi che il loro combattimento trasmetta sensazioni di bellezza?
“Molto dipende dagli atleti con cui interagisco. Nel senso che, se qualcuno è tecnicamente essenziale, ma al contempo assai efficace, allora non tendo a forzare la sua indole. Tuttavia, non sono la tipa che mette un freno alla naturale voglia di esprimere la loro fantasia. Anzi, talvolta, hanno proprio bisogno che gli si lasci fare, senza tarpargli le ali. Bisogna però saperli gestire, trovare il giusto equilibrio. Tra la voglia di esprimersi liberamente e gli obiettivi prefissati. Altrimenti si corre il rischio che addirittura non si ottengano i risultati sperati”.
Sei giunta ad una fase della tua carriera in cui è possibile cominciare a fare dei bilanci. Perciò ti chiedo se scovare il talento altrui, innaffiandolo continuamente affinchè sbocci, sia più gratificante di vincere in prima persona. Oppure le due figure se la giocano alla pari?
“Forse le soddisfazioni che raggiungo con i ragazzi sono maggiori rispetto a quando gareggiavo. L’agonista è per sua stessa essenza un egocentrico, perché privilegia le sue esigenze. Da coach, il centro di ogni considerazione diventano gli atleti, le loro necessità. Perciò considero più gratificante il ruolo di tecnico. Il raggiungimento di traguardi condivisi ed obiettivi prefissati, attraverso il lavoro, ripaga del tempo speso. Perché spesso si sottovaluta il valore del tempo che sta dietro ogni medaglia conquistata”.
Sicuramente è giusto annoverarti tra le karateka maggiormente dominanti della prima decade degli anni 2000. C’è una foto o una immagine che ti porti nel cuore più di altre, capace di spiegare oltre le parole quanto sia sacro per te il vincolo con la famiglia Simmi. Ovvero, là dove tutto è cominciato…

“Sono praticamente cresciuta nella società della famiglia Simmi. Il Maestro Vito è stato fondamentale per me, una sorta di colonna portante. Il figlio Nicola, poi, era la mia fonte di ispirazione. Tutto quello che facevo sul tatami, a livello tecnico-tattico, era frutto del suo stile di combattimento. La Maestra Agnese (moglie di Vito, n.d.a.) era una persona di poche parole; agiva dietro le quinte. Eppure, bastava un semplice sguardo per intenderci. Oltre alla palestra, aveva un negozio di abbigliamento. E là abbiamo passato tante ore assieme, a chiacchierare. Con lei mi confidavo come se fosse una sorta di seconda mamma”.
In che modo, anche dopo il naturale distacco, continui a coltivare le mille sfumature dei princìpi che ti hanno trasmesso. Del resto, tu sei testimone formidabile di piccoli e grandi capolavori di saggezza marziale, oltre che di insegnamenti tecnici…
“Il karate di un tempo, parlo dei rapporti all’interno del dojo, era completamente diverso rispetto ad oggi. Ci sono molte più gare in calendario; quindi un occhio maggiormente attento all’agonismo. Inoltre, l’età di inizio pratica si è abbassato. Quel che è certo, valori come la disciplina, restano radicati. Un esempio banale? Nonostante lo conosca praticamente da una vita, come forma di rispetto, non ho mai dato del tu al Maestro Simmi, chiamandolo con il suo nome di battesimo”.
Lo sport è stata la cornice più adatta per chi, come te, ha agito sempre nel nome della bellezza, fondendo assieme gioia e dolori legati all’agonismo. Un sentimento che hai veicolato anche in tuo figlio, giovane calciatore di belle speranze…
“In effetti, lo sport ha dato un senso alla nostra vita familiare. Devo confessare che quando mio figlio era piccolo l’ho quasi costretto a fare karate. Ma non voleva assolutamente saperne: scappava alla prima occasione, per andare a giocare a pallone. Una sorta di malattia. Il calcio è parte integrante del suo dna. La piccolina di casa, invece, sembra voler seguire le mie orme. Come madre non sono la classica apprensiva, tantomeno mi reputo invadente. Quando vado alle partite, le volte che entrano duro sulle caviglie di Raoul, stringo forte il braccio di mio marito, per evitare di manifestare la mia preoccupazione. Subito dopo, però, lo invito ad alzarsi; lo sprono, affinché non abbia alibi o si dia delle giustificazioni”.
Nel viaggio dei sentimenti, le prime tappe fondamentali sono le vittorie giovanili, con cui metti al centro della scena internazionale il tuo nome…

“Un biennio emozionante il 2003-04, oro agli Europei Juniores di Varsavia. Quindi, la doppietta ai Mondiali di Marsiglia, bronzo individuale e argento con la squadra femminile, sconfitte in finale (2-0) dalla Germania. Infine, un’altra accoppiata, ai Campionati Mondiali Universitari di Belgrado: oro nella categoria open e argento nei -60 kg. Tutte esperienze indimenticabili; mi hanno convinta del fatto che probabilmente l’indole della combattente ce l’avessi nel sangue. Forse all’oro agli Universitari va un affetto diverso, perché il Prof. Aschieri decise di schierare me, peso leggero, in una gara dove tradizionalmente, non essendoci limiti di peso, tiravano atlete con una maggiore fisicità. Insomma, per me quell’oro nell’open ha un sapore ed un valore diverso”.
Meritano di stare pure in un personalissimo posto del cuore le medaglie conquistate ai Giochi del Mediterraneo…
“Anche i Giochi del Mediterraneo hanno avuto un sapore particolare per me. Innanzitutto, in virtù della cadenza quadriennale. Per noi karateka, che all’epoca non avevamo la possibilità di andare alle Olimpiadi, quella manifestazione veicolava un po’ le medesime sensazioni di eccellenza sportiva globale e valori universali. Andare a medaglia, salire sul podio per tre edizioni consecutive, significa costanza nelle performance ad alto livello. Oro ad Almeria (Spagna) nel 2005, battendo in finale l’algerina Eldjon. Bronzo a Pescara nel 2009, alle spalle di due avversarie fortissime, come la turca Ben Othman e la croata Jelena Kovacevic. Ancora bronzo nel 2013 a Mersin (Turchia), sconfiggendo con un rotondo 8-0 l’algerina Benazzouk”.
Ma se volessimo isolare l’istante magico per antonomasia, dovremmo tornare all’argento conquistato ai Mondiali 2006 di Tampere?

“Mi piace definirla, la medaglia delle medaglie. La più importante della mia bacheca. Dispiaciuta per l’oro mancato? Forse un pizzico, perché avevo disputato una gara quasi perfetta, con una serie di successi netti, prima di perdere la finalissima contro la giapponese Araga”.
In almeno due momenti ti è mancato l’asso nella manica, spendibile per indirizzare la sorte e sbaragliare la concorrenza, dovendoti accontentare del gradino più basso del podio…
“Beh, se ti riferisci ai due bronzi Europei, (2005, San Cristóbal de La Laguna, sull’isola di Tenerife e 2007, Bratislava), confesso che c’è del rammarico, per aver perso due finali di pool. Ma anche tanta soddisfazione perché quelle medaglie sono in ogni frutto di grande continuità nei risultati, in stagioni dove la concorrenza nella 60 kg era fortissima e variegata”.
A sugellare una carriera lunga e ricca di allori, l’Europeo di Budapest 2013: bronzo nell’individuale e “finalina” a squadre persa con la Svizzera. Ma c’è un significato profondo dentro l’abbraccio con le compagne di squadra, al termine dell’incontro. Una simbologia perfetta per raccontare gli anni di quell’Italia vincente. Come dire che la bellezza ha un potere contagioso. Perché il risultato è prioritario, ma quando si può, con sacro disprezzo per qualsiasi logica speculativa, ci sta bene anche l’Estetica Trascendentale…

“Brucia il risultato ottenuto con la squadra. Felice, ma con qualche rammarico per come andò l’individuale. Specialmente l’incontro con la turca Ozelick, all’epoca campionessa d’Europa in carica. Dopo trenta secondi perdevo 2-0; ho continuato a combattere, senza nessuna intenzione di mollare. Ero anche riuscita a ribaltare il punteggio, con una tecnica di calcio (3-2). Ma a 20 secondi dalla fine ho preso una squalifica per jogai, cioè, uscita dal tappeto. Meno male che mi sono rifatta attraverso i ripescaggi”.
Al di là di titoli e medaglie individuali, ci sono dei momenti poco esaltanti. Magari quelli legati alle gare a squadre. In molti si aspettavano la poesia di una medaglia “pesante” da una Nazionale composta da stelle brillanti come Laura Pasqua, Roberta Minet, Greta Vitelli e Sara Cardin. Dura da digerire questa cosa, oppure avete ottenuto il giusto?
“Storicamente, in quel periodo c’erano squadre fortissime, mi vengono in mente, per esempio, Spagna e Germania, per citarne un paio. Preparate non solo tecnicamente, ma dotate anche di una grande fisicità. Noi invece eravamo tutte piccoline, da quel punto di vista. E non dimentichiamoci che le competizioni a squadre erano open, senza accoppiamenti di peso. Comunque quel gruppo trovò soddisfazione con l’argento agli Europei di Mosca (2004) ed il bronzo ai Mondiali di Tokyo (2008): perdemmo la semifinale proprio contro le tedesche. Ma poi letteralmente imprendibili nei ripescaggi, battendo la Repubblica Ceca. Quindi, la Grecia. Infine, la Russia. Guarda caso, a determinante la nostra vittoria, il mio 7 a 5 nel terzo e decisivo incontro, che rese il bronzo ancora più emozionante”.

In tanti anni di carriera al top hai incrociato i guantini con un mucchio di avversarie dotate di grandi qualità; stelle brillanti come poche, capaci di creare vera magia sul tatami. Provo a metterti con le spalle al muro: la più ostica e quella più abbordabile?
“In Italia, ho incrociato i guantini con Lorena Busà, Susanna Mischiatti, Sara Ferrone, Marivin Chiari, Eleonora Platania. Con la Nazionale, incontri duri li ho avuti con l’azera Gasimova, la lussemburghese Warling. In assoluto, l’asso duro per antonomasia era la francese Recchia, che tra l’altro, mi sconfisse in finale per il bronzo agli europei di Tenerife 2012. L’unica, in tutta la mia carriera, ad avermi battuto 8-0. Senza timore di apparire un tantino presuntuosa, ho sempre avuto una certa sicurezza. Non mi spaventava sapere chi fossero le mie avversarie. Sì, come da tradizione, andavo a guardare la composizione della poule. Provavo rispetto per tutte. Ma il concetto che mi ripetevo come un mantra era che per arrivare in finale bisogna affrontare, e sconfiggere, le più importanti. Del resto, c’è più gusto nel mettersi una medaglia al collo dopo un percorso fatto di avversarie forti”.
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